La gravità delle piccole cose

La prima volta che vidi quest’opera era una mattina di luglio, di quelle in cui l’aria sa di pioggia e terra bagnata anche se il temporale è già passato. A Villa Borghese c’era Damien Hirst: Archaeology Now, una mostra in cui le opere dell’artista britannico convivevano con i marmi antichi e i dipinti rinascimentali della collezione romana come se appartenessero allo stesso tempo remoto.

Quel giorno il museo era quasi vuoto. Camminai a lungo attraversando sale piene di reliquie corrose, idoli spezzati, corpi scolpiti sopravvissuti ai secoli. E più guardavo quelle opere, più avevo la sensazione che avessero superato non solo il tempo, ma anche il desiderio di chi le aveva create. Come se l’umanità che le aveva amate tanto da volere vedere realizzate, fosse poi scomparsa lasciandole lì, immobili, a continuare da sole la propria esistenza.

Ad un certo punto vidi, dentro una teca trasparente, una figura dorata minuscola. Da lontano sembrava un piccolo oggetto votivo, solo avvicinandomi capii che era uno scheletro. Era piccolo, fragile, perfetto. Forse la testa un po’ sproporzionata, come se la conoscenza dell’amore la rendesse più pesante. Le ossa ricoperte d’oro brillavano appena, non con la ricchezza del lusso ma con la freddezza di qualcosa salvato troppo tardi dalla decomposizione. Aveva la postura quieta di un neonato addormentato, e proprio per questo faceva più male guardarlo. Ma non c’era tragedia in quella scultura, né compassione. Solo la precisione assoluta con cui l’oro aveva reso eterno ciò che avrebbe dovuto sparire. E in quella ostinazione a restare, lo scheletro appariva ancora più vulnerabile. Poi abbassai lo sguardo verso la targhetta nera sotto il vetro, dov’era inciso un titolo semplice, brevissimo: Cupid’s Lie. La bugia di Cupido.

Allora iniziai a pensare al dio dell’amore, non come al cherubino delle cartoline o dei negozi di San Valentino, ma come qualcosa di molto più antico e ambiguo. Tutti conoscono la sua immagine: il bambino paffuto armato d’arco e frecce che vola sopra un cielo artificiale pieno di nuvole color crema. Ogni febbraio il suo volto ritorna ovunque, ripetuto come un ideogramma sentimentale che nessuno comprende davvero ma che tutti continuano ostinatamente a usare. È diventato innocuo, decorativo, quasi comico. Una mascotte dell’amore addomesticato, utile a dire «ti amo» anche quando si vive con qualcuno che lascia piatti sporchi nel lavandino per giorni o dissemina calzini sul pavimento come tracce di un delitto domestico.

Era figlio di Venere e Marte, non un dettaglio casuale. Venere arricchiva  i cuori, Marte li spezzava. Desiderio e violenza. Amore e distruzione. E infatti Cupido trava piacere dal colpire i cuori degli uomini senza subirne mai le conseguenze. Provocare desiderio, ossessione, perdita, nostalgia, e poi rimanere  intatto, distante, quasi divertito dal caos che lascia dietro di sé. E pensai, allora, che forse gli esseri umani hanno rappresentato Cupido come un bambino proprio per paura della sua vera natura. Rendere infantile ciò che ci terrorizza: funziona con gli dèi, con i mostri, perfino con il dolore.

Esiste infatti  un’antica leggenda su Cupido che mi è sempre sembrata più vera di tutte le altre. Da bambino, tentando di rubare il miele da un alveare, venne punto da un’ape. Corse da Venere piangendo, scandalizzato che una creatura tanto minuscola potesse causare un dolore così feroce, e sua madre gli rispose con una calma quasi crudele: «Anche tu sei piccolo, eppure ferisci il mondo intero». Quando lessi questa storia per la prima volta avevo vent’anni e mi sembrò soltanto elegante. Poi, in piedi davanti a quel Cupido dorato e fossilizzato, mi appariva come una diagnosi. Perché il desiderio funziona esattamente così. Le cose che devastano davvero la nostra vita sono quasi sempre minuscole all’inizio: una frase detta distrattamente in un bar, una mano che sfiora un bicchiere, una canzone ascoltata per caso in machina, un biglietto di un parcheggio conservato nella cover del telefono. Nessuno precipita all’improvviso. Ci si inclina lentamente. E le ali di Cupido erano lì per questo: non per indicare la leggerezza dell’amore, ma la sua instabilità. Perché gli innamorati non camminano mai in linea retta, ma perdono orientamento, gravità, linguaggio. Diventano creature migratorie prive di mappa, esseri che cercano disperatamente una direzione senza sapere più distinguere il nord dal desiderio.

Ricordai allora un uomo che avevo amato anni prima. Portava sempre maglioni troppo larghi e fumava troppe sigarette, anche d’estate. Una notte, dopo aver visto un vecchio film in un appartamento troppo caldo per essere novembre, mi disse che l’amore non consiste nel trovare qualcuno che ci completi, ma qualcuno capace di sopportare la nostra incompiutezza. All’epoca non compresi davvero cosa intendesse, ero distratta dal sentire troppo. Ma diciamolo, nessuno comprende certe frasi quando vengono pronunciate: le capiamo anni dopo, in una stanza diversa, con un altro corpo accanto o nessun corpo accanto. Perché le frasi importanti viaggiano nel tempo come bottiglie gettate nell’oceano. E guardando la statua pensai che Cupido fosse proprio questo: il messaggero di qualcosa che comprendiamo sempre troppo tardi.

Qualcosa che, nel corso dei secoli, ha cambiato il suo volto infinite volte, apparendo come un giovane bellissimo e crudele, capace di guidare Psiche attraverso prove impossibili; come  un demone sottile, quasi medievale, con frecce avvelenate e occhi troppo consapevoli per appartenere davvero a un bambino. In alcune raffigurazioni portava una torcia, non per illuminare: per incendiare. Perché il desiderio non chiarisce mai nulla. Brucia. Ma più osservavo quella statuina, più mi sembrava che Damien Hirst avesse compreso qualcosa di essenziale: cioè che, talvolta, l’amore sopravvive trasformandosi in rovina, non in eternità. L’oro della scultura infatti non glorificava il dio, lo imbalsamava. Come certi ricordi che continuiamo a lucidare nella mente finché smettono di essere vivi e diventano reliquie. Memorie che conserviamo non perché ci rendano felici, ma perché senza di esse perderemmo una parte del nostro labirinto interiore.

Quando uscii dal museo fui investita da una vampata di calore così improvvisa che per un istante ebbi la sensazione di attraversare una soglia invisibile. Dentro c’erano il silenzio, l’aria condizionata, la penombra disciplinata delle sale; fuori luglio rovesciava su Roma tutta la sua luce feroce. L’asfalto tremava sotto il sole, le pietre dei palazzi restituivano calore come ferri lasciati sul fuoco e il Tevere, laggiù, sembrava scorrere più lento sotto quella cappa abbacinante.
Ancora stordita da quel contrasto, mi avviai verso Termini senza fretta, osservando come le finestre degli appartamenti brillavano come vetri incandescenti. E immaginai che dietro ciascuna di esse qualcuno stesse amando qualcuno, oppure cercando disperatamente di smettere. Pensai improvvisamente che ogni essere umano custodisca almeno una stanza interiore fatta di nomi che non pronunciamo più, città in cui non torneremo, mani che abbiamo smesso di cercare ma non dimenticato davvero.

Per strada non c’era vento. Solo il riverbero bianco del sole sull’acqua scura e l’odore caldo della pietra arroventata.
Ebbi allora la sensazione improvvisa che l’amore assomigliasse proprio a quella città in luglio: qualcosa che ti investe senza chiedere permesso, che abbaglia, sfinisce, lascia addosso una sete indefinibile e tuttavia continua ad attirarti verso di sé.

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