
A volte un quadro ti trova quando non lo stai cercando. Ti ferma come una canzone che parte per caso, e all’improvviso senti che parla di te, anche se non sai perché. Amore e dolore di Edvard Munch è così: non ti colpisce subito, ma si insinua piano, come una corrente silenziosa che risale dal fondo. Ti accorgi che qualcosa si muove dentro, qualcosa di caldo e inquieto, come una memoria che non appartiene solo a te ma a chiunque abbia amato fino a perdersi.
Nella tela, una donna dai capelli rossi piega la testa su un uomo. Le sue braccia lo avvolgono, lo trattengono, lo consumano. Lui si lascia andare, il volto nascosto, le mani abbandonate, come se si stesse dissolvendo nel suo abbraccio. Tutto è rosso — un rosso che non è solo colore, ma febbre, desiderio, ferita. Non ci sono contorni netti, non c’è spazio né tempo. Solo quell’onda di passione che inghiotte ogni cosa, che trasforma l’amore in un atto di sparizione.
È facile pensare al vampirismo, al titolo alternativo Il bacio del vampiro, ma sarebbe riduttivo. Qui non c’è mostro né vittima: c’è solo il momento in cui l’amore diventa qualcosa di troppo grande per essere contenuto. La donna non divora l’uomo — lo ingloba, lo accoglie, lo annulla. È un gesto tenero e terribile insieme. È la resa e l’origine, la vita che nasce proprio nel punto in cui finisce.
Munch, nato nel 1863 in una Norvegia gelida e luminosa, non poteva dipingere altro che questo: la tensione tra ciò che è visibile e ciò che brucia sotto la superficie. La sua vita era un campo di battaglia interiore. Perse la madre da bambino, poi la sorella, e da allora la malattia e la morte divennero presenze costanti nella sua arte. Nei suoi diari scriveva che ogni amore portava con sé un dolore, e che senza quel dolore non avrebbe potuto dipingere. Per lui l’arte non serviva a guarire, ma a sopravvivere.
Amore e dolore fa parte del ciclo Frieze of Life, una sorta di mappa emotiva dell’esistenza: amore, ansia, gelosia, morte. In ognuno di questi temi, Munch cerca di catturare non ciò che si vede, ma ciò che si sente quando la vita si sfalda nelle mani. La sua pittura non è mai “bella” nel senso convenzionale — è inquieta, viva, disturbante. I colori respirano, si muovono come pensieri che non trovano pace. Osservando il quadro, sembra quasi di sentire tutto questo. Un suono lontano, come un battito che non appartiene a nessuno dei due protagonisti. È l’eco dell’amore stesso — quella forza che unisce e separa, che consola e ferisce.
Munch non dipinge un momento romantico: dipinge un confine. L’attimo in cui la dolcezza si rovescia in dolore, e il desiderio diventa paura di perdere ciò che si ama. In questo senso, Amore e dolore non è un dramma a due, ma una visione universale. Tutti, prima o poi, siamo stati quell’uomo, stanchi e felici dentro un abbraccio che ci toglie l’aria. O quella donna, nel tentativo disperato di trattenere ciò che già sta svanendo. L’amore, in fondo, è un modo elegante di chiamare la nostalgia di qualcosa che non si può possedere davvero.
Se vuoi sentire davvero Amore e dolore, devi vederlo dal vivo al Museo Munch di Oslo, se non è in giro per il mondo. Nessuna foto, nessuno schermo può restituire la luce che scivola sulla tela, il rosso che pulsa come un battito segreto. Davanti all’originale, Munch non ci offre risposte, ma ci lascia dentro un silenzio che parla. Guardando la tela, senti che l’abbraccio non finisce con loro. Ti riguarda. È l’ombra di un bacio che non hai dato, una voce che torna nei sogni, un dolore antico che non smette di bruciare. E mentre resti lì, davanti a quel rosso che pulsa come un cuore, capisci che l’amore e il dolore non sono due estremi, ma lo stesso respiro che va e viene. Forse è questo il segreto di Munch: mostrare che ogni incontro è anche una perdita, e che la bellezza più profonda nasce proprio da questa contraddizione. Amore e dolore non è un dipinto da comprendere — è una soglia da attraversare. Ti porta in quel luogo sospeso dove l’anima e il corpo si confondono, dove tutto è fragile e infinito insieme.
E quando te ne vai, hai la sensazione che qualcosa di te sia rimasto lì, dentro quella luce rossa. Non un ricordo, ma una piccola scintilla che continua a pulsare, come se il quadro respirasse anche per te.

