La crepa nel mito: perché i biopic musicali ci piacciono tanto

A volte mi chiedo perché ci piacciano così tanto i biopic, soprattutto quelli sui cantanti. È un pensiero che mi viene spesso: il volto di un attore che imita una leggenda, la promessa di scoprire “la vera storia” dietro una voce che conosciamo già a memoria. Forse è nostalgia, forse curiosità. Forse l’idea di vedere un mito farsi carne, di scoprire che anche gli dei hanno avuto paura del buio.
Quando li guardo non mi interessa tanto la precisione storica. Quello che cerco è il momento in cui la leggenda si incrina, quando dietro la voce che riempiva gli stadi si intravede un respiro corto, un’esitazione. In quell’istante la distanza tra noi e loro si accorcia, e mi viene da pensare che siamo tutti fatti di fragilità — solo che alcuni, quelle fragilità, riescono a trasformarle in canzoni. In cura per gli altri.

Forse amiamo tanto questi film perché ci raccontano quanto costa essere eccezionali. Ci mostrano il prezzo della fama, la solitudine che arriva quando il mondo intero vuole qualcosa da te ma nessuno ti vede davvero. Ci fanno intravedere il lato invisibile della grandezza e, in qualche modo, ci rassicurano: anche chi sembrava intoccabile ha sbagliato, si è perso, ha avuto paura di non farcela. C’è una dolcezza in questa scoperta, come se potessimo perdonare le nostre imperfezioni guardando quelle degli altri. Qualcosa di teneramente egoista: abbassare i nostri idoli, renderli umani, ci fa sentire più vicini a loro. È come se avessimo bisogno di credere che la grandezza non sia un dono alieno, ma una possibilità remota, accessibile, se solo la vita avesse girato in un altro modo. Che anche noi, in un’altra esistenza, avremmo potuto scrivere una canzone indimenticabile ed essere la cura per qualcuno.
Non un puro gesto di umanizzazione, sembra piuttosto un modo per controllare il mito, per addomesticarlo. Le storie diventano formule: infanzia difficile, successo improvviso, caduta, redenzione. Tutto torna, tutto si spiega. Ma la musica — quella vera — non si spiega mai del tutto. Forse la parte più autentica di un artista resta sempre irraccontabile, come una melodia che svanisce appena provi a trattenerla.

Spesso questi film iniziano con un gesto semplice: una colazione consumata in silenzio, una sigaretta accesa sul balcone, uno sguardo che si trattiene un istante di troppo. Poi, quasi all’improvviso, arriva la musica e tutto acquista un senso diverso. È in quella tensione tra la vita quotidiana e l’illuminazione artistica che prende forma l’umanità del personaggio, in quel confine sottile dove il talento si mescola alla fatica di esistere. Non è la somiglianza fisica a rendere credibile un attore, ma la capacità di restituire quella vibrazione interiore che unisce genio e ferita, luce e ombra. E quando la storia rallenta, quando resta solo il cantante, seduto su un letto o davanti a uno specchio, immerso nel silenzio, il mito cede per un attimo il posto all’uomo. Nessuno lo acclama, nessuno lo chiama leggenda. C’è soltanto lui, nudo davanti a sé stesso, e in quel momento la musica smette di essere spettacolo per farsi carne, confessione, verità.

Penso a Rocketman (2019). La scena della piscina è una delle più suggestive che ricordi. Elton John (Taron Egerton), divorato dal successo e circondato da applausi ovattati, fa un tuffo in piscina. Il mondo lo acclama, ma lui affonda in silenzio. È una scena onirica, sospesa, dove realtà e sogno si mescolano come in un racconto di Murakami: le emozioni diventano liquide, difficili da afferrare. In quel momento non vediamo più l’icona luccicante, ma un uomo che annega nel proprio mito. Vede se stesso bambino, come per riconciliarsi con la parte di sé che ha sacrificato per diventare leggenda. È una confessione visiva, un modo per dirci che anche l’amore del mondo può diventare una gabbia.

E poi c’è Bruce Springsteen. Quando penso a lui mi torna in mente un aneddoto che lui stesso racconta nei concerti: il momento in cui ha realizzato che la musica era l’unico modo per dare voce al luogo da cui veniva, al New Jersey dei sobborghi, delle strade polverose, dei lavori stanchi e dei sogni rimasti a mezz’aria. Non c’era nulla di epico in quella consapevolezza, nessun palco pieno di luci, solo un ragazzo con una chitarra in mano e la determinazione di trasformare il rumore della vita quotidiana in qualcosa di più grande. Penso a lui seduto in camera, con le mani sulle corde, ascoltando il traffico, le sirene, i vicini che litigano, e come tutto questo caotico sottofondo diventasse la base della sua voce, del suo ritmo, della sua storia. Ed è così che ce lo racconta Scott Cooper nel suo film (Springsteen – Liberami dal nulla, 2025) con Jeremy Allen White nei panni del protagonista: con la sua depressione, il suo modo di nasconderla, di rinnegarla e, a poco a poco, di affrontarla.

È questa semplicità che mi commuove: il fatto che la grandezza possa nascere da gesti così minuti e ordinari, che la leggenda si possa formare nel silenzio di una stanza, prima ancora di salire su un palco. Forse è ciò che cerco in ogni biopic: non la verità documentaria, non il racconto completo di una vita (per quello ci sono i documentari), non la celebrazione indiscussa del mito, ma quell’istante sospeso in cui la leggenda si incrina e torna umana, quando la voce che ci ha accompagnato per anni perde un po’ di perfezione e mostra la fragilità di chi la produce. E proprio lì, in quella piccola crepa, ritrovo la mia stessa fragilità, le mie insicurezze, la mia capacità di emozionarmi davanti al miracolo nascosto nella normalità.

E alla fine, guardando questi film, resta una sensazione sottile, come un’eco che vibra appena sotto la pelle. Non è solo ammirazione per il talento, né compassione per la fragilità: è il ricordo che ogni gesto, ogni nota, nasce da un luogo fragile e incerto, eppure capace di creare bellezza. La leggenda diventa allora qualcosa di vicino, non distante: un filo sottile che unisce chi ascolta e chi suona, il pubblico e l’artista, la vita quotidiana e l’istante in cui tutto si illumina. Forse è questo il dono più grande dei biopic: ricordarci che anche nelle nostre esitazioni, nei momenti in cui il mondo sembra troppo grande, c’è spazio per creare qualcosa che duri, per trasformare la fragilità in un atto di bellezza che parla agli altri e a noi stessi.