
Certe notti sembrano fatte apposta per i film che non vogliono finire. Ti siedi, la luce si abbassa, e il mondo comincia a vibrare a un ritmo che non è più il tuo. The Rocky Horror Picture Show è così: una porta che si apre sul buio, un bacio di labbra rosse, un lampo di follia che da cinquant’anni continua a illuminare lo schermo. Non è solo un film, è una promessa: quella di poter essere qualunque cosa, anche solo per il tempo di una canzone. Una liturgia rock’n’roll, dove ognuno poteva essere Frank-N-Furter (Tim Curry) per una notte — o per sempre. Ma sotto la vernice glitterata e le parrucche platinate, The Rocky Horror Picture Show è anche una riflessione profonda sull’identità e sulla libertà. Un film che ride dell’America moralista, che smonta il concetto di “normalità” con lo stesso entusiasmo con cui Frank costruisce la sua creatura, Rocky (Peter Hinwood).


Ed è curioso come entra in scena American Gothic. Il dipinto di Grant Wood del 1930 è uno dei simboli più riconoscibili della cultura americana: un uomo con una forca, una donna accanto, la casa con la finestra a punta gotica alle spalle. Linee rigide, volti severi, un silenzio che sa di chiesa la domenica mattina. È l’immagine del dovere, della compostezza, della provincia americana che crede nella fatica e diffida del piacere. A guardarlo bene, American Gothic è la foto di Brad Majors (Barry Bostwick) e Janet Weiss (Susan Sarandon) prima che la pioggia li sorprenda nel cuore della notte. Lei con la voce gentile, lui con la giacca troppo stretta e il sorriso da bravo ragazzo. Due incarnazioni della virtù made in USA, che finiscono nel posto sbagliato al momento giusto: un castello gotico dove i tabù vengono fatti a pezzi con la stessa delicatezza con cui si apre un pacchetto di caramelle.
Grant Wood e Richard O’Brien, separati da quarant’anni ma da mondi non così tanto diversi, raccontano in fondo la stessa America: Wood la mostra ferma, immobile, in posa; O’Brien la fa ballare, urlare, scatenarsi. Il dipinto e il film sono due estremi della stessa corda: da un lato la rigidità del puritanesimo, dall’altro il suo crollo spettacolare. E forse è per questo che American Gothic continua a riaffiorare visivamente e simbolicamente in The Rocky Horror Picture Show.


Non solo nei volti irrigiditi di Brad e Janet durante le prime scene, ma anche nelle inquadrature geometriche, nella luce piatta e quasi pastorale che contrasta con l’irruzione del colore, della carne, del desiderio. Compare alle spalle di Riff Raff (Richard O’Brien), all’interno del castello, e viene riproposto come tableau vivant più volte nel corso del film. È come se il quadro di Wood fosse lo spettro puritano che aleggia su tutto il film, osservando con disapprovazione — e segreta curiosità — le danze, i baci e le metamorfosi che prendono vita nel castello. A un certo punto, lo spettro si arrende. Perché è impossibile resistere al Time Warp. Immagina quell’uomo con la forca che, piano piano, la posa a terra e inizia a muovere il piede a ritmo di musica. La donna, che fino a un attimo prima guardava seria verso il vuoto, accenna un sorriso. E così, anche American Gothic si lascia travolgere. La serietà si scioglie, l’ironia prende il sopravvento, e l’arte stessa diventa performance, travestimento, liberazione.

Cinquant’anni dopo, The Rocky Horror Picture Show continua a essere proiettato nei cinema di mezzanotte. Non serve conoscerne ogni battuta: basta lasciarsi contagiare dal suo spirito anarchico. È una festa per chi è stanco di fingere di essere “giusto”, una carezza per chi ha sempre avuto paura di uscire dai confini. In un mondo che cerca ancora di mettere etichette su tutto — sui corpi, sui generi, sui desideri — il film di Jim Sharman suona come un invito: “Don’t dream it, be it.” E chissà, forse se Grant Wood fosse vivo, si sederebbe in fondo alla sala. Guarderebbe lo schermo, aggiustandosi gli occhiali, e sorriderebbe di fronte a quel caos liberatorio. Capirebbe che la sua coppia muta del 1930 ha finalmente trovato la voce, e che non c’è niente di male nel cantare fuori dal coro. Perché, alla fine, l’arte non serve a consolare, ma a spogliarci. A ricordarci che dietro ogni volto composto c’è un desiderio che scalpita, e che la vera follia non è travestirsi — ma fingere di essere normali.

