
C’è qualcosa di goethiano — suo malgrado — nella storia di Jacq. Non perché scriva lettere struggenti a una donna irraggiungibile (anche se probabilmente l’ha fatto, e più di una volta), ma perché vive ogni emozione come se fosse la prima e l’ultima insieme.
È un artista, e per sua sfortuna lo sa.
Jacq non aveva un piano. Forse sì, ma lo aveva dimenticato in uno di quei libri che non aveva mai finito. Da bambino era riservato, di quella timidezza che non aveva nulla di tenero ma tutto di difensivo. Guardava il mondo come chi temeva di essere visto, con quella paura sottile che lo faceva esistere solo a metà: abbastanza per esserci, mai del tutto per farsi notare. Giocava con le macchinine, ma solo per vedere dove andavano quando nessuno le spingeva più. Osservava, fantasticava. Non disegnava — ironico, per uno che avrebbe finito col dipingere volti, sconosciuti e familiari insieme. Niente di artistico, nemmeno negli studi. Aveva seguito un percorso economico, lineare, pragmatico. Eppure era il creativo del gruppo, ma in modo latente, come una bomba che nessuno aveva mai avuto il coraggio di innescare. Fu quando iniziò a lavorare nella comunicazione che qualcosa scattò: non era arte, certo, ma c’erano le parole, le immagini, le sensazioni. E lui, per la prima volta, sentì che potevano stare insieme.


La pittura arrivò per caso, anni dopo, come quelle cose che non cerchi ma che ti trovano lo stesso. Tipo un colpo di fulmine, oppure una multa. Era il 2011 e Jacq decise di iscriversi al corso tenuto da un’artista veronese, Adriana Leati. Un po’ per noia, un po’ per curiosità, un po’ per quella leggera disperazione che capita a tutti quando si sta cercando di capire che cosa fare della propria vita. Si disse che era solo un esperimento, come provare una giacca troppo costosa: tanto non la compri, ti illudi di poterla portare a casa ma poi la lasci lì. Solo che quella giacca — la pittura — non la lasciò più. Gli si appiccicò addosso, anche se non se ne accorse subito. Ci arrivò piano.
Iniziò a dipingere volti, e il primo fu il suo. Non per narcisismo — quello venne dopo, col mestiere — ma perché non sapeva da dove cominciare. Si mise davanti allo specchio e ne uscì un autoritratto involontario, più confessione che esercizio. Guardarsi e restare. Vedere quanto riusciva a sopportare di sé. E cominciare da sé gli sembrava, tutto sommato, un atto di onestà. Non era nemmeno convinto fosse arte, per lui era ancora un gioco. Un modo per stare bene, più che per dire qualcosa al mondo.
Gli piaceva infatti quella pittura che non pretende di cambiarlo, il mondo, ma che lo osserva con un po’ di pietà. Amava i Macchiaioli, Modigliani, Toulouse-Lautrec. Tutta quella gente che aveva capito che la malinconia funzionava solo su tela, ma che amava soprattutto per il modo in cui guardava le donne: senza idealizzarle, né ridurle. Donne vere, stanche, sensuali quasi per sbaglio. Nessuna musa, nessun simbolo: solo corpi che esistevano, come il resto del mondo, con la stessa dose di grazia e rovina. Per merito loro avrebbe voluto vivere a Parigi negli anni Venti, tra caffè e fallimenti eleganti, discutere di arte e amore come se servisse veramente a qualcosa. Invece beveva caffè a Prato, nel primo pomeriggio, e comprava colori da Rigacci, a Firenze. E da quei colori iniziava, quasi senza accorgersene, la sua vita da pittore.



Le prime mostre personali, qualche commissione. Nel 2016 diede anche forma e nome a questo suo progetto: Volti di Jacq. Tutto sembrava nascere con una naturalezza che lo metteva quasi a disagio.
E, senza nemmeno capire bene come, si ritrovò a essere un artista. Una parola che lo faceva sempre un po’ sorridere, soprattutto quando la gente la pronunciava con quell’aria seria, come se fosse una diagnosi. In realtà non si sentiva davvero artista. Più che altro cercava di colmare quel divario sottile — e a volte doloroso — tra l’immagine che aveva di sé e quella che gli altri sembravano riconoscergli. Come se dipingere fosse il modo più onesto che avesse trovato per ridurre la distanza tra chi era e chi gli altri vedevano. Forse anche per questo i suoi ritratti erano minimali. Dipingeva per sottrazione, come se volesse togliere tutto ciò che era superfluo — tanto nella tela, quanto nella vita.
Niente occhi: non perché non sapesse farli, ma perché lo sguardo delle persone era sempre un campo minato. Meglio lasciarlo vuoto, così ognuno ci metteva dentro il proprio. Piuttosto si concentrava sulla postura, sui piccoli dettagli. Il modo in cui una persona teneva le spalle, si appoggiava, si arrendeva un po’ alla gravità. «Lì» diceva «c’è tutto». La nostra biografia in un gesto.
Nonostante l’incertezza, era un perfezionista cronico, perseguitato dai propri errori. C’era stato un periodo — mi ha raccontato ridendo, ma con un’ombra di trauma — in cui dipingeva teste enormi e spalle minuscole, come se i suoi personaggi fossero sempre sul punto di cadere fuori dal quadro o di chiedere aiuto a un chiropratico. Ma da quell’errore aveva imparato qualcosa: che lo sfondo contava quanto il soggetto, che il vuoto non era un difetto, e che a volte dire meno era l’unico modo per farsi capire.



Jacq, però, non si chiamava davvero Jacq. O meglio, sì, ma solo quando dipingeva. Era una specie di versione migliorata di sé stesso: meno ansiosa, più coraggiosa e con un’invidiabile capacità di non farsi travolgere dal giudizio degli altri. L’alter ego era nato come una difesa, quindi. Un piccolo trucco psicologico per separare la persona dall’artista, niente di patologico — o almeno non più della media. All’inizio una regola ferrea: niente foto, niente apparizioni pubbliche. Evitava persino le sue stesse mostre, salvo apparire, di tanto in tanto, come un visitatore qualunque. Un modo per nascondersi in bella vista. Solo che così non riusciva davvero a godersi il momento in cui le persone interagivano con le sue opere. Era un successo vissuto a distanza di sicurezza: bello, sì, ma anche un po’ frustrante. Gli dispiaceva non poter osservare di persona le reazioni del pubblico, non poter condividere quel momento così intimo e vero. Così, qualche tempo dopo, decise di fare un esperimento: convocò dieci persone al Centro Pecci di Prato e le mise davanti ai loro ritratti, riprendendo di nascosto le loro reazioni.
Non sapeva cosa aspettarsi: c’era chi piangeva, chi sorrideva, chi restava immobile. Per la prima volta, Jacq comprese che cosa significasse davvero “esserci” — anche se, come sempre, dietro quella maschera che aveva creato per difendersi dal giudizio altrui. Uno scudo che lo proteggeva dagli sguardi curiosi e dalle opinioni non richieste, ma che col tempo aveva cominciato ad essere sempre meno necessario. Si convinse a mostrare un po’ di sé. Non subito, non tutto, ma abbastanza da non sentire più l’invisibilità come una prigione: piuttosto come un mantello leggero, che gli permetteva di scegliere quando apparire e quando restare nell’ombra. D’altra parte, più cercava di sparire, più le persone volevano sapere chi fosse. Forse, pensò, l’anonimato non era altro che una forma sottile di vanità, l’umiltà con il gusto del mistero.
Dopo dieci anni, Jacq non sapeva ancora dove stesse andando, ma continuava. Dipingeva volti e ogni ritratto era un modo per comunicare senza dire, per far parlare gli altri al posto suo. Perché, per lui, il punto non era esistere: ma far esistere. Non ritraeva solo persone, ma anche i fili invisibili che le tenevano insieme. Era il suo modo di dire “ci sei” a chi non se lo sentiva mai dire. Ed è lì che nasceva il legame affettivo, il gancio del suo lavoro. Le persone entravano nella sua vita, lui nella loro, e nessuno dei due ne usciva del tutto pulito.
Era la sua forma di amore platonico: entrare nella vita degli altri, restare un po’, e poi scomparire. Perché Jacq era un romantico che fingeva di essere un cinico, o forse il contrario. Sognava di fare qualcosa che avesse un senso, qualcosa che lasciasse un piccolo segno sugli altri. Forse, in qualche modo, ci stava riuscendo. Ma restava un senso sottile di terrore, sempre presente nella figura del pittore: viveva in un mondo altalenante, competitivo, instabile, e si sentiva paralizzato. Tuttavia, non poteva fare a meno di dipingere. La pittura gli aveva dato un senso, aveva acceso in lui qualcosa che prima era spento. Senza di essa, sarebbe stato solo un corpo che si muoveva senza destinazione, come un giovane Werther che vagava tra i campi e i villaggi, incapace di trovare un rifugio per il proprio cuore inquieto. Ogni giorno combatteva con l’idea di smettere, e ogni giorno, inevitabilmente, ricominciava. Credeva nell’arte come redenzione, ma la praticava come condanna.



Viveva sospeso tra paura e necessità, tra anonimato e desiderio di essere visto. Era un uomo che dipingeva per raccontare gli altri e finiva per capire se stesso. Uno che non sapeva mai se stesse scappando dal mondo o cercando di abbracciarlo. E forse era proprio lì, in quell’incertezza, che la sua arte trovava il suo respiro più vero.
Se avesse avuto modo di parlare alla sua versione più giovane, al giovane Jacq, avrebbe detto di alleggerire il passo. Di non trattare ogni ostacolo come se fosse una montagna da scalare. Per anni si era trattenuto, si era limitato, aveva camminato come in un labirinto senza mappe, convinto che la via d’uscita si potesse trovasse solo con lo sforzo. Ogni delusione bruciava come le lettere di Werther, e ogni entusiasmo si consumava in un istante, lasciando un senso di vuoto sospeso tra le dita — come se la felicità fosse sempre un attimo troppo breve per afferrarla davvero.
Poi, con il tempo, aveva capito che non serviva correre. Che la leggerezza non era superficialità, ma un modo per restare interi anche quando tutto intorno vacilla. Che le montagne, a volte, non vanno scalate: basta guardarle da lontano per capire quanto piccola e preziosa possa essere la propria strada. E se Goethe lo incontrasse, oggi, forse sorriderebbe anche lui — riconoscendo in Jacq un Werther sopravvissuto, uno che non si è sparato per amore, ma che continua, ostinatamente, a vivere per un volto. Il suo.
Jacq: Instagram | Sito web: www.voltidijacq.com
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