Berndnaut Smilde: l’uomo che inseguiva una nuvola

Ci sono idee che nascono in un posto preciso, magari un bar all’angolo o una fermata dell’autobus. Altre invece hanno origine in un’umidità dell’aria, in un soffitto troppo alto, o in una sensazione difficile da nominare. Quella di Berndnaut Smilde, l’artista che inseguiva una nuvola e decise di ricrearla al chiuso, tra le mura di casa sua, appartiene alla seconda categoria.
È un’idea che si forma lentamente, come vapore che cerca un punto d’appoggio.

Il cielo in una stanza

Smilde non era interessato a rappresentare l’aria né a descriverla. Cercava qualcosa di più diretto: voleva darle un corpo, anche se per pochi secondi. Da ragazzo, a Groningen (nei Paesi Bassi), passava molto tempo a osservare il cielo uniforme della città. In certe mattine sembrava una superficie piatta, come un foglio lasciato troppo vicino a una finestra aperta. Ma una nuvola vera – una di quelle basse e pesanti, che promettono pioggia – non si lascia prendere. Non puoi isolarla, né chiederle di rimanere dove ti farebbe comodo. Smilde lo sapeva con una chiarezza quasi tecnica, ma voleva la sua nuvola. Una sola. Era convinto che dovesse esistere una specie di zona di confine, un punto in cui il cielo potesse infiltrarsi in una stanza senza perdere la propria natura, così da far vivere una nuvola tra quattro mura.

L’aria come materia prima

Le prime prove andarono male. L’aria sembrava avere regole proprie. Il vapore si apriva, si sfilacciava, o si schiacciava contro il soffitto come se stesse cercando una via di fuga. Lui aggiustava parametri, spostava dispositivi, cambiava stanza. La nuvola, se così si può chiamare, continuava a non presentarsi. Sembrava quasi che l’atmosfera stesse facendo resistenza. Come se non volesse collaborare a un progetto che, da un punto di vista strettamente meteorologico, non aveva alcun senso.

Per far nascere una nuvola servono parametri esatti: umidità alta, temperatura controllata, aria immobile. È un equilibrio instabile, qualcosa che ricorda un meccanismo delicato pronto a incepparsi al minimo errore. Vale anche per una nuvola indoor. La prima volta avvenne in una stanza spoglia e molto chiara. Pareti bianche, un lieve rimbombo, qualche traccia scura sul soffitto lasciata da vecchie infiltrazioni. Un ambiente neutro, quasi in attesa di un evento imprevisto. Smilde orientò il nebulizzatore verso il centro. Si muoveva con un’attenzione insolita, come se stesse operando su qualcosa che non c’era ancora ma che, in qualche modo, poteva offendersi. L’aria si riempì di particelle d’acqua, distribuite in modo irregolare.

Poi accadde. Senza preavviso, il vapore cambiò comportamento e prese forma. Una piccola nuvola comparve sopra il pavimento: densa, definita, sorprendentemente stabile per qualche istante. Non dava l’idea di essere un artificio tecnico. Sembrava più una deviazione temporanea delle leggi fisiche, qualcosa che non avrebbe dovuto verificarsi lì. Durò poco. Si scompose in silenzio, come se avesse capito di trovarsi nel posto sbagliato. Dopo la sua scomparsa rimase una sensazione difficile da nominare: non stupore, non nostalgia. Qualcosa a metà, come quando un rumore familiare smette di colpo e ti rendi conto che stavi ascoltandolo senza accorgertene.

La bellezza che non vuole essere trattenuta

A volte, osservando le fotografie delle Nimbus (così ha deciso di chiamare le sue nuvole), si ha l’impressione che la durata sia un dettaglio marginale. La nuvola appare, occupa un punto nello spazio, poi svanisce. Non serve altro. Smilde non prova a prolungarne la vita né a stabilizzarla. La lascia formarsi come si lascia affiorare un pensiero inatteso, arrivato da una zona indefinita della mente, e sparire con la stessa rapidità. Molti critici hanno cercato di attribuire significati stratificati a queste brevi apparizioni: meditazioni sul tempo, sulla natura, sulla rigidità dell’arte. Ma il meccanismo che guida Smilde sembra più essenziale. L’interrogativo è spoglio, quasi tecnico: Cosa accade quando qualcosa che non appartiene a un luogo decide comunque di esserci?

Una nuvola indoor resta visibile pochi secondi. A volte meno. Non c’è spazio per analizzarla o per stabilire un rapporto stabile con essa. La percepisci, la segui per un istante, ed è già sul punto di dissolversi. Smilde non si oppone a questo processo. Non tenta di darle un corpo che non ha. La sua nuvola esiste proprio in quanto evento temporaneo, un’interruzione destinata a richiudersi da sola. L’effetto non ha nulla di teatrale. Somiglia di più a quel momento un po’ straniante in cui una musica si interrompe di colpo e nella stanza rimane un silenzio che non avevi considerato.
Le Nimbus funzionano così: apparizioni brevi che non prevedono possesso. La fotografia diventa l’unico contenitore possibile, non come archivio, ma come residuo dell’accaduto.
Ogni immagine conferma che, per un frammento di tempo, il cielo è entrato in un ambiente che non era progettato per ospitarlo.

Una nuvola come risposta

Le nuvole non restano abbastanza da essere contemplate davvero. Per questo Smilde fotografa: non documenta, registra. Ogni scatto diventa la prova di un fenomeno avvenuto contro ogni logica ambientale. La luce di una finestra, il pavimento lucido, il mutismo della stanza: tutto sembra collaborare, come se l’ambiente avesse trattenuto il fiato in attesa di quel momento. Osservare queste immagini è un po’ come ricordare un sogno sul punto di svanire: non sai se credergli fino in fondo, ma la sensazione rimane. Una traccia minima, eppure difficile da ignorare.

Oggi continua a creare nuvole, in luoghi sempre diversi: cappelle abbandonate, sale museali, teatri vuoti. Ogni volta la nuvola è la stessa e non lo è mai. Ogni volta appare come un visitatore venuto da un altrove che non conosciamo. Forse la sua arte non cerca di spiegare nulla. Forse vuole solo mostrarci che ci sono cose – come una nuvola in una stanza – che esistono per ricordarci la natura stessa dello stupore: arriva, si posa, poi svanisce.

E noi rimaniamo lì, a guardare l’aria che torna aria, chiedendoci cosa sia appena accaduto.