Die My Love: il buio che conosco e quello che non avevo mai visto

Il mese scorso mi sono ritrovata a vedere Die My Love, in anteprima al Rome Film Fest. Non ne sapevo quasi nulla: solo che raccontava la crisi di una donna dopo la maternità. Della depressione post partum, in effetti, non so niente. Non mi ha mai sfiorata, non l’ho mai immaginata davvero. Conosco l’altra, quella “classica”, che si attacca alla pelle come certe giornate di pioggia interminabili, quando continui a chiederti quando smetterà — anche solo per mettere una lavatrice — e invece no, continua, ostinata.
Poi ho visto quelle scene.
La protagonista seduta sul letto, ferma, con il bambino che piange nell’altra stanza. Lei lo sente, certo che lo sente. Ma è come se avesse il corpo immobilizzato sotto una colata di cemento invisibile. E poi fuori, nella campagna, mentre cammina come se stesse scappando da qualcosa che la insegue da dentro. Non era solo stanchezza. Non era solo «è dura fare la mamma».
Era qualcosa di più nero, più silenzioso, più affilato.

Grace, aspirante scrittrice, si spegne mano a mano che cresce suo figlio Harry. Un tempo riempiva quaderni di parole, ora, invece, la penna le cade dalle mani. Non riesce più a scrivere, ha perso entusiasmo persino per ciò che amava da sempre. Dice che vorrebbe fare qualcosa e, nello stesso istante, non ha voglia di fare assolutamente niente: un paradosso che le si incastra tra le costole e la lascia sospesa. Le giornate si comprimono, il marito non basta, la suocera non basta, e neppure il vicino motociclista — reale o forse solo una proiezione — riesce a strapparla a quella malinconia che supera i confini del pensiero razionale. È un’oscurità che si allarga piano, come una macchia d’olio sull’acqua ferma.
Jennifer Lawrence, nei panni di Grace, recita soprattutto con il corpo: un corpo che desidera, scivola, si ribella. Che partorisce e non trova più un luogo dove stare. Un corpo che sbatte contro il mondo, letteralmente — c’è una scena in bagno che sembra un graffio lasciato sull’anima.
Lynne Ramsay, alla regia, costruisce uno psicodramma senza scialuppe di salvataggio: la deriva di una donna lasciata sola davanti al compito più grande, e più oscuro, del diventare madre. Un film che arriva addosso come un pugno: denuncia una società sorda alle donne che chiedono aiuto e mostra, senza filtri, la discesa di Grace in una notte sempre più fitta. Die My Love è uno di quei film che vedi una volta sola: troppo doloroso per tornarci, troppo vero per dimenticarlo.

Il silenzio fa più male delle parole sbagliate

Guardando Die My Love ho pensato una cosa semplice: non c’è niente di più solitario di un dolore che gli altri non credono legittimo.
È un tipo di sofferenza che non fa rumore, e proprio per questo pesa di più. Come se ti muovessi dentro una stanza piena di aria densa, mentre fuori tutti respirano normalmente. Tu annaspi, loro ti guardano e non capiscono perché. Anzi, pensano che stai esagerando, che dovresti reagire, che in fondo non è così grave, «non sono questi i veri problemi». E allora succede una cosa subdola: inizi a dubitare tu stessa del tuo dolore. Ti chiedi se stai sbagliando tutto, se dovresti sentirti diversa, se quel groviglio che ti porti dentro non sia solo un tuo capriccio. È una solitudine che non deriva dall’essere davvero soli, ma dal sentirsi invisibili proprio mentre stai chiedendo aiuto senza parole.

Nel film, la protagonista è circondata da persone, eppure è come se stesse scivolando giù da una scogliera che gli altri non vedono. La sua sofferenza non rientra nelle aspettative — una madre non può essere triste, non può essere furiosa, non può essere spaventata dal suo stesso bambino.
E così il suo dolore, non riconosciuto, diventa un deserto privato in cui cammina da sola.
Forse è questo il punto: un dolore è sopportabile finché qualcuno gli dà un nome insieme a te. Quando invece ti dicono, esplicitamente o con uno sguardo, che «non hai diritto di sentirti così», quel dolore si trasforma. Diventa più buio, più vischioso, più difficile da portare. Nasce così la solitudine più profonda: nell’incrocio tra ciò che provi e ciò che gli altri si rifiutano di vedere.

Io la depressione la conosco a modo mio: quella che arriva piano, che ti sgonfia l’entusiasmo, che ti fa svegliare col pensiero non-ne-ho-voglia. Quella che ti fa sentire le gambe pesanti e inchiodate al pavimento, ma allo stesso tempo vuota e trasparente come un fantasma. Quella che ti toglie sapore alle cose, come se la vita fosse un piatto lasciato sul tavolo troppo a lungo. Ma quella del film aveva un’altra forma. Un’altra ferocia. Era come se il mondo intero pretendesse qualcosa dalla protagonista — amore, forza, presenza — proprio quando lei non riusciva a trovare nemmeno un grammo di sé.
E allora ho pensato che forse la depressione post partum è come la depressione che conosco io, ma moltiplicata, perché ti intrappola in un ruolo dal quale non puoi uscire nemmeno per respirare.
La protagonista non parla, o parla poco. Non perché non abbia niente da dire, ma perché ogni parola rischia di diventare un’arma contro di lei. E allora tace.
E nel silenzio, il dolore cresce.

Le parole sbagliate fanno più male del silenzio

Danno per scontato che una madre debba essere felice. Che debba essere grata.
Che debba amare il suo bambino immediatamente, senza esitazioni, senza ambivalenze, senza fatica. E quando non succede, sei tu il problema. O almeno così sembra.
«La felicità è una scelta», dicono. Lo ripetono come si ripete un proverbio stampato su quei calendari con le frasi motivazionali. E per un po’, lo ammetto, ci ho creduto anch’io. Nei periodi in cui cercavo di funzionare come un orologio preciso: dormire quando si deve dormire, mangiare quello che fa bene, mettere in fila le parole ogni giorno come soldatini disciplinati, meditare finché la mente non smette di tremare. Apprezzare le piccole cose — il sole sul davanzale, l’odore del caffè — come se fossero amuleti contro il buio. Era quasi confortante immaginare che esistesse una formula segreta.
Un codice nascosto dietro le tende, un rituale infallibile per tenere lontana l’ombra che ogni tanto si allunga dentro di noi.

Poi la vita ti mostra che non funziona così.
E Die My Love te lo dice senza gentilezze, come una secchiata d’acqua fredda sul viso.

La protagonista vorrebbe essere felice. Vorrebbe ridere, amare, seguire suo figlio con leggerezza. Non è la volontà a mancare: è la corrente interna che si spegne, come una lampadina che sfarfalla e poi tace. È il corpo che tradisce, la mente che cede, la realtà che si sfalda sotto i piedi. Eppure, attorno a lei — come attorno a molti di noi — arrivano sempre le stesse frasi. Le stesse, identiche, ripetute come un vecchio disco graffiato:

«Vedrai che passerà.»
«Ci siamo passati tutti.»
«Devi essere forte.»

Sono frasi che sembrano innocue, ma se le ascolti bene hanno un peso strano, come pietre lisce infilate nelle tasche di un annegato. Dovrebbero confortare, invece spingono ancora più giù.
Perché non ascoltano: cancellano. Ridimensionano il dolore, lo trattano come un capriccio passeggero, mentre tu ci vivi dentro come in una casa senza finestre.
Ci sono dolori che non obbediscono, emozioni che non puoi addestrare.
Ci sono malattie — sì, malattie — che non hanno niente a che vedere con la mancanza di impegno.
E allora capisci che il dolore degli altri è un labirinto in cui non puoi entrare con la presunzione di conoscerne la mappa. Che non abbiamo alcun diritto di semplificarlo.

La depressione ha bisogno di spazio, di cura, di qualcuno che resti anche quando non sa cosa dire.
Ha bisogno di essere creduta, non minimizzata. Perché la verità è che non passa da sola.
Passa quando c’è qualcuno che ti vede, ti tiene la mano, ti accompagna fuori a piccoli passi, senza chiederti di essere diversa da come sei.

Il film mi ha ricordato questo.
E scriverlo mi serve a non dimenticarlo.