
Quando Verdiana era bambina, nella casa in cui viveva l’arte non aveva ancora imparato a chiamarsi per nome. Esisteva come esistono certe cose necessarie e invisibili: il rumore del frigorifero di notte, l’ombra di una sedia che cambia forma al passare delle ore. Alle pareti non c’erano quadri che chiedessero di essere guardati, sui tavoli non si aprivano libri capaci di promettere mondi.
In quella casa quieta, l’arte non c’era, ma Verdiana la vedeva lo stesso. Per questo disegnava. Disegnava con la stessa naturalezza con cui si respira quando nessuno osserva. Sul tavolo della cucina, sui quaderni di scuola, sul retro delle bollette: ogni superficie era una soglia. Disegnare e giocare coincidevano, come due definizioni imprecise della stessa esperienza. A volte fissava a lungo una fotografia — un volto, una stanza, una mano — come se da quell’immagine potesse emergere una voce remota, forse proveniente da un altro ordine del tempo. Poi abbassava lo sguardo sul foglio e tentava di trascrivere quella voce in linee, di trattenerla prima che svanisse.
Non sapeva ancora che quello sarebbe stato il suo modo di abitare il mondo. Un mondo che fuori procedeva con una velocità e un frastuono che le sembravano eccessivi, quasi sospetti. Sul foglio, invece, tutto rallentava: le linee diventavano argini, confini minimi ma sufficienti a contenere l’eccesso della realtà. Disegnando, Verdiana aveva la sensazione di compiere un gesto segreto: fermare il tempo, o forse creare una sua replica più docile, racchiusa in una cornice minuscola, un luogo a cui tornare ogni volta che il reale, là fuori, diventava troppo vasto.
Con gli anni scoprì che quella sensazione non era un gioco infantile, ma una forma di orientamento. Infatti, quando le ho chiesto il momento esatto in cui aveva capito che quella sarebbe stata la sua strada, non ha saputo rispondere. Non c’era un prima e un dopo: c’era una consapevolezza che si era depositata lentamente, come strati di colore su una tela. Perché per lei la pittura non fu mai una scelta razionale, ma una necessità silenziosa. Una lingua madre riaffiorata senza preavviso, di cui non ricordava l’apprendimento. E fu parlando quella lingua che capì che dipingere le permetteva di pensare, di ricordare, di trattenere il tempo in immagini.

Scelse l’Accademia di Belle Arti come si segue una corrente: senza eroismi, senza rivelazioni improvvise. Solo la quieta certezza di trovarsi nel proprio clima naturale. I giorni lì avevano un odore preciso — grafite, gesso, colori ancora umidi — e un silenzio operoso che non era assenza di suono, ma concentrazione. Il linguaggio iniziato da bambina cominciava a organizzarsi, a chiedere rigore. Non si trattava più di riprodurre il mondo, ma di avvicinarsi a qualcosa che restava costantemente un poco sfocato, come un ricordo che rifiuta di farsi nitido. Imparava le regole per poterle piegare, con cautela, a un sentire che non voleva essere addomesticato.
Preparava le tele con la stessa pazienza con cui si prepara una stanza prima di un incontro importante, perché dipingere non era un atto leggero: era fatto di pause, tensioni, silenzi che diventavano parte del quadro quanto il colore. Ogni tela aveva un ritmo segreto. Alcune nascevano in fretta, come se sapessero già cosa volevano essere; altre attraversavano lunghi periodi di incertezza.
Per lei il colore e la materia non erano mai neutri: erano vibrazioni emotive, tracce di tempo che si sedimentava. La stratificazione pittorica diventava così una stratificazione della memoria: ogni passaggio lasciava un’eco, ogni errore trovava un varco. Nulla scompariva davvero. E fu proprio da questa logica della sedimentazione che nacque, quasi naturalmente, la sua scelta tecnica.
L’olio le offriva la lentezza necessaria a far depositare il tempo: ogni velatura una memoria, una superficie che non cancellava la precedente ma la tratteneva sotto pelle. L’acrilico, invece, interveniva come un gesto improvviso, una deviazione necessaria, a volte una frattura capace di rimettere in movimento ciò che rischiava di restare immobile. Era un equilibrio tra pazienza e scarto, tra continuità e interruzione. Non seguiva progetti rigidi. Piuttosto, coltivava un’attesa. Una disponibilità. Lasciava che la materia parlasse e che qualcosa emergesse senza forzature. Quando accadeva, non si trattava di capire, ma di riconoscere — come quando si intravede un volto familiare in mezzo alla folla.
Non stupisce, allora, che le fotografie familiari fossero per lei piccoli portali: punti di origine più che modelli da replicare. Da lì partiva, ma non per restare fedele all’immagine. Ciò che contava non era il documento, ma la vibrazione che lo attraversava.

Quando doveva definire il suo lavoro, parlava di una nostalgia felice. Non una ferita, ma un chiarore. Una nostalgia che non pretende il ritorno, ma riconosce la bellezza di ciò che è stato senza volerlo riavere. Una memoria che illumina invece di trattenere, che riscalda invece di stringere. La sua pittura cercava proprio quella tonalità: una dolcezza retrospettiva che non pesa, ma alleggerisce. Forse è per questo che, di fronte alle sue opere, affiora spesso una forma di anemoia, di nostalgia per un tempo mai vissuto. Le immagini di Verdiana generano una strana familiarità, un riconoscimento obliquo, come se quei momenti appartenessero a una vita parallela — un passato che non è il tuo e che tuttavia sembra riguardarti. È una memoria prestata, un sentire laterale che avvicina ciò che non si è mai avuto. Le sue immagini restano sospese, come se non appartenessero del tutto né al passato né al presente. Abitano una zona intermedia, dove la nostalgia felice e anemoia si sfiorano: il punto in cui il ricordo reale e quello immaginato smettono di competere e cominciano a dialogare.
Ed è proprio in questo spazio di disponibilità dello sguardo — questo luogo in cui l’immagine accoglie chi la osserva — che si comprende il percorso di Verdiana e le presenze che l’hanno accompagnata. Rothko e i suoi colori che sembrano respirare; Morandi, con la sua ostinata ripetizione fino a trasformare gli oggetti in luce; Chagall, Richter. E poi Rilke, le cui parole le arrivavano come messaggi lasciati in una stanza vuota: lontani eppure esatti. Pittura e poesia, per lei, erano animate dallo stesso impulso: dire l’indicibile, avvicinarsi a ciò che rimane sempre un passo oltre. Ma a dare forma concreta a questa idea di apertura furono soprattutto gli incontri. Tra questi, decisivo fu quello con i ragazzi di CONDOTTO48, che le mostrarono come l’arte non viva soltanto nella solitudine dello studio, ma nella relazione. Che un’opera, una volta uscita dalle sue mani, diventa un luogo di passaggio, un campo condiviso. È negli sguardi degli altri che assume vita nuova, che smette di essere un gesto privato e diventa esperienza comune.


Tra i progetti che segnano il suo cammino, Verdiana porta con sé la partecipazione a Connecting New Generations. Belgrade–Rome, mostra collettiva curata da Alessia Simonetti e Miroslav Karić all’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado. Lì le sue opere hanno incontrato sguardi nuovi e imprevedibili: il compimento naturale di ciò che aveva imparato con CONDOTTO48. Una volta oltrepassata la soglia dello studio, il lavoro non è più solo suo. Si trasforma, si nutre delle percezioni altrui, apre sentieri che l’artista non poteva prevedere. E questa consapevolezza — che l’opera vive davvero solo nell’incontro — permea anche il suo modo di pensare al pubblico. Verdiana non lo immagina come un destinatario da convincere con un messaggio da consegnare intatto. Le sue opere non sono enunciati, ma campi aperti, che ti invitano silenziosamente a entrare. Con una sola condizione: sospendere, anche solo per un istante, l’urgenza del giudizio. Abbandonarsi a uno sguardo curioso, vulnerabile.
Quanto al futuro, Verdiana lo immagina come una serie di attraversamenti. Porta con sé il desiderio di partecipare a residenze e progetti culturali capaci di generare scambio autentico, soprattutto nel contesto europeo. Vorrebbe continuare ad esplorare quei campi capaci di accogliere uno sguardo profondo, una partecipazione empatica: spazi in cui l’opera non venga semplicemente vista, ma davvero incontrata. Perché, in fondo, il suo lavoro chiede questo: non spettatori, ma presenze.
Non interpretazioni affrettate, ma un tempo condiviso.
E forse è lì che la sua arte accade davvero: nel momento in cui chi guarda smette di cercare un significato e si accorge che l’immagine gli sta restituendo qualcosa. Un ricordo, una risonanza, una possibilità. Un contatto minuscolo, ma sufficiente a far capire che l’incontro è avvenuto.
Verdiana Bove: Instagram | CONDOTTO48.com

