Nicola Bertellotti: Amore Senza Fine

© Nicola Bertellotti – Tutti i diritti riservati.

Nicola Bertellotti non è diventato fotografo per una folgorazione improvvisa, né perché il fuoco sacro della fotografia lo abbia chiamato per nome. È accaduto qualcosa di più ambiguo, quasi losco: un soggetto lo ha preso di mira, gli ha infilato una macchina fotografica tra le mani e gli ha sussurrato: «Adesso guarda». Lui lo racconta così, con l’aria di chi si giustifica in anticipo, nel caso qualcuno pretenda una spiegazione: «È il soggetto che ha fatto di me un fotografo». Come se tutto fosse nato da un malinteso ostinato, un equivoco che dura da anni e che, invece di sciogliersi, ha continuato a mettersi a fuoco.

La prima Reflex, infatti, l’ha comprata senza sapere bene cosa farci. Un un gesto impulsivo degno di chi entra in libreria “solo per dare un’occhiata” ed esce con Dostoevskij sotto braccio. Nessuna tecnica, nessun metodo, nessuna idea chiara. Se avesse saputo dipingere, oggi probabilmente sporcherebbe tele invece di sensori. Perché la fotografia, per lui, non è mai stata un fine: è un mezzo, un linguaggio trovato per sbaglio, come una parola appuntata sul margine di un libro che poi diventa essenziale. Dentro c’era già tutto: la letteratura, il cinema e una malinconia leggera, educata, che chiede permesso prima di entrare. Il cinema, soprattutto. Il primo amore non si scorda mai, anche quando smette di essere semplice e ti costringe a crescere. E Nicola è cresciuto, per lo più a pane e blockbuster anni ’80, Ritorno al futuro come vangelo laico, poi la folgorazione: Tarkovskij, Herzog, il cinema industriale, i silenzi che parlano più delle persone e ti fanno sentire leggermente in colpa per respirare. In fondo, probabilmente, sta ancora cercando di fare cinema. Solo che al posto di una macchina da presa usa una reflex, e invece di attori dirige muri che crollano lentamente, con una disciplina ammirevole e un talento naturale per l’immobilità drammatica.

© Nicola Bertellotti – Tutti i diritti riservati.

All’inizio Nicola fotografava come tutti: viaggi, appunti visivi, immagini sparse, una specie di diario che non aveva il coraggio di definirsi tale. Niente di compromettente. Poi arrivò Venezia, che è una città perfetta per gli errori destinati a diventare irrevocabili. In una galleria incontrò un oggetto che non aveva alcuna intenzione di cambiargli la vita — e proprio per questo lo fece: un piccolo pinguino, uno di quelli fermaporte, un’opera d’arte numerata. Lo comprò senza pensarci troppo, che è il modo più affidabile per prendere decisioni definitive. Cominciò a fotografarlo in giro per la città, nei luoghi iconici, come se fosse normale portarsi dietro un pinguino e pretendere che il mondo collaborasse.
Il pinguino divenne così un compagno di viaggio, un pretesto narrativo, una maschera. Probabilmente anche una scusa. Lo portò negli Stati Uniti, in Egitto, lo fotografò ovunque, e pubblicò tutto online — era l’epoca di MySpace, con un profilo che si chiamava polveredipinguino, una frase rubata a una poesia della Beat Generation, come si rubano le cose che sembrano spiegarti meglio di quanto tu stesso sappia fare.

Quel pinguino ebbe successo. Un successo moderato ma sufficiente a creare dipendenza. E insieme a lui Nicola iniziò a viaggiare sempre di più, spesso solo per fotografarlo. Nacquero feste a tema, merchandising, un piccolo universo coerente e leggermente inquietante che cresceva attorno a un’idea semplice e assurda. Un pinguino fermo, il mondo che gira intorno. E Nicola, nel mezzo, a tenere tutto perfettamente sotto controllo.

© Nicola Bertellotti – Tutti i diritti riservati.

Quel pinguino, a ben guardare, non era soltanto un gioco riuscito o un’idea arrivata al momento giusto. Era qualcosa di più simile a una prova generale, anche se allora nessuno avrebbe saputo dirlo. Mettere qualcosa di fermo al centro — un corpo immobile, muto — e restare a guardare.
Vedere cosa succedeva attorno. Cosa nasceva. Cosa mancava. E forse ha qualcosa a che fare con il modo in cui Nicola è cresciuto. “Da solo”, ma senza drammi memorabili. Niente traumi da romanzo russo. Un’infanzia normale, novecentesca: genitori presenti, affettuosi, ma nessuno che si sedesse davvero sul pavimento a costruire mondi immaginari con lui. Così quei mondi se li è costruiti da solo.
Era un bambino felice, solo un po’ più abituato degli altri a riempire i silenzi.

Dopo il pinguino, infatti, quello stesso sguardo si sposta naturalmente altrove. Prima sugli spazi, poi sui luoghi veri e propri. Nicola comincia a fotografare ciò che resta. Ville dimenticate, edifici svuotati, rovine che nessuno reclama più. Cambia il soggetto, ma non il metodo. Al centro c’è sempre qualcosa di fermo. E intorno, il tempo che lavora. Non è un caso che abbia studiato storia contemporanea: iluoghi che fotografa non sono mai solo luoghi: sono testimoni. Non gli interessa l’abbandono in sé, né la rovina come feticcio estetico buono per i social. Lo affascina la somma tra bellezza e tempo.
Il tempo che scava senza fretta, che stratifica, che aggiunge animali, vegetazione, saccheggi, muffe, crepe. E se Victor Hugo detestava gli edifici troppo nuovi perché è il tempo a dare l’ultima mano, Nicola sembra fotografare proprio quel momento in cui l’architetto ha già perso e il tempo sta vincendo ai punti.

© Nicola Bertellotti – Tutti i diritti riservati.

Il primo incontro con l’abbandono arriva presto, ma non ha nulla a che fare con il sentirsi lasciati indietro. Non c’è dramma, né solitudine. È il padre a portarlo in un luogo abbandonato tra le campagne toscane. Non è solo: è accompagnato. Non c’è smarrimento, né epifanie improvvise. Solo silenzio.
È lì che impara qualcosa che userà anni dopo, anche se ancora non lo sa. Non sarà semplice fotografia: sarà urban exploration. Un nome che suona tecnico, ma in realtà significa entrare in luoghi dimenticati, spesso inaccessibili, quasi sempre ignorati. Ai suoi tempi quei posti non si trovavano con due click o un hashtag: bisognava cercarli davvero. Li scopre parlando con qualcuno, scambiando informazioni, leggendo forum polverosi, guardando video di case abbandonate su YouTube, seguendo indizi sparsi su Google Maps, studiando vecchie cartoline sbiadite di alberghi ormai chiusi. Un lavoro da investigatore, o da chi ha un’allergia speciale alla normalità.

Ogni tanto qualcuno prova a venderla come moda o turismo, ma l’urbex non è niente di tutto questo. È inseguire storie che nessuno ha più voglia di raccontare. È guardare un edificio abbandonato e non vedere solo polvere, ma memoria, poesia, tragedia, una bellezza che non chiede permesso. Nicola lo fa a modo suo. Non da professionista distante, non da archeologo dell’apocalisse, ma da ragazzo curioso, con il cuore sempre un passo avanti agli schemi. Entra nei luoghi con rispetto assoluto, quasi sempre senza permessi — perché il tempo raramente li concede — seguendo una regola semplice: scattare solo fotografie, lasciare solo impronte. Striscia, scavalca, entra. Qualche volta lo ferma la polizia, ma non succede mai nulla di grave. In fondo, se un luogo è davvero privato, qualcuno lo difende. Se invece è aperto a chi ha il coraggio — o l’incoscienza — di entrare, allora è già in una zona grigia. E Nicola vive lì, in quella zona.

© Nicola Bertellotti – Tutti i diritti riservati.

Oggi viaggia molto, spesso da solo, come fanno le persone che non si fidano troppo dei programmi e nemmeno di se stesse. Dice di non cercare l’avventura. Piuttosto, è l’avventura che ogni tanto lo intercetta, con una certa serendipità — parola elegante per dire “per sbaglio”, ma uno sbaglio riuscito, di quelli che ti fanno pensare che forse non avevi poi così torto a perderti.
Infatti, quando viaggia, evita accuratamente i posti “imperdibili”, che di solito sono tali solo perché qualcuno ha deciso così al posto nostro. Non vola nelle capitali, ma finisce sistematicamente nella provincia del mondo. In quei luoghi che sembrano non interessare a nessuno, abitati da persone comuni che non sanno di esserlo (e, proprio per questo, lo sono davvero). È così che prova il vero piacere del viaggio: non quello ordinato, con la guida in mano e l’ansia di non perdersi nulla, ma quello che ti capita mentre stai cercando qualcos’altro.

Nel 2014 ha persino rischiato la vita, cosa che di solito non rientra nei piani di viaggio, ma che a volte il mondo aggiunge come extra non richiesto. Il sogno era il Buzludzha, l’arena monumentale costruita in Bulgaria tra gli anni Settanta e Ottanta per le celebrazioni del partito comunista: un edificio così fuori scala da sembrare il set di un film di fantascienza ideologica. Per quell’occasione decise di non andare da solo e si fece accompagnare da un amico, scelta rassicurante solo in teoria. Il navigatore li deviò su strade disastrate, come se avesse una sua idea personale di destino. Era fine ottobre. Arrivarono la neve, poi una tempesta di ghiaccio. Rimasero isolati. I telefoni non prendevano. Chiamarono l’ambasciata, che è quello che fai quando capisci di aver perso ogni residua illusione di controllo. Nicola pensò davvero di morire lì, senza aver scattato nemmeno una fotografia, che è un finale piuttosto crudele per uno come lui. Dietro di loro c’erano due ragazze bulgare, bloccate quanto loro. Li salvarono con un elicottero. Febbre alta, nessuna foto, solo il ritorno a casa e una certezza nuova: puoi progettare tutto, pianificare ogni dettaglio, ma non sai mai se arriverai fino in fondo. Ed è anche questo, inspiegabilmente, il sale delle cose. Tre anni dopo tornò. E quella volta riuscì finalmente a fotografarlo, come se il luogo avesse deciso che ormai se l’era meritato.

© Nicola Bertellotti – Tutti i diritti riservati.

La prima esplorazione è sempre totale: deve vedere tutto, capire i tempi, valutare la luce, misurare i rischi. All’inizio era solo istinto, un’ansia quasi fisica di portare a casa l’immagine, una specie di inseguimento cieco di ciò che ancora non esisteva. Col tempo, però, qualcosa è cambiato. La composizione è diventata più riflessiva, come se ogni fotografia fosse un piccolo esperimento sul mondo e su se stesso. La post-produzione c’è, certo, ma dev’essere invisibile: pochi tocchi di luce, un contrasto appena accennato. La foto deve sembrare che si sia fatta da sola, quasi senza la sua presenza, come un sogno che accade mentre dormi.

Ed è proprio questa ricerca di autenticità che lo porta a guardare oltre le superfici. La bellezza, per lui, non è mai nelle linee perfette o nei muri lisci: è nella crepa. Anzi, è la crepa stessa. Dove altri vedono un difetto da sistemare in fretta — cemento, vernice, un vago senso di ordine —lui vede bellezza, una possibilità estetica, quasi morale. La crepa è il momento in cui un edificio rinuncia all’illusione di essere eterno e accetta, con una certa dignità, di essere fragile. È lì che Nicola posa lo sguardo, senza alcuna intenzione di riparare. Non gli interessa la guarigione, ma la cicatrice.
E dentro quella cicatrice, inevitabilmente, c’è il tempo. Quel tempo che insiste, che scava, che lascia segni senza chiedere permesso. Le tracce di chi è passato prima restano lì: mobili spostati a metà, oggetti dimenticati, fotografie scolorite, accumuli silenziosi di ciò che un tempo sembrava indispensabile. Poi qualcuno muore, o se ne va, e tutto rimane, immobile, come se il mondo non sapesse cosa farsene della nostra assenza. Le cose sopravvivono meglio delle persone, e spesso continuano a esistere senza rendersi conto della loro propria longevità.

La crepa diventa così un inventario involontario. Racconta quanto abbiamo accumulato, quanto abbiamo cercato di riempire il tempo con oggetti e gesti, e quanto poco, alla fine, ci appartenga davvero. È una bellezza scomoda, malinconica, che non consola eppure costringe a guardare: il tempo passa, noi lasciamo tracce fragili, e il mondo — con o senza di noi — continua tranquillamente a restare lì, silenzioso e imperituro, come se nulla fosse mai stato veramente nostro.

© Nicola Bertellotti – Tutti i diritti riservati.

Pochi mesi fa, in Francia, il secondo piano di una stanza è crollato all’improvviso sotto i suoi piedi, ricordandogli che gli edifici abbandonati non amano farsi prendere alla leggera.. Ha rischiato di nuovo la vita, eppure continua. Ha viaggiato il mondo, ma il legame più forte è lì, sotto casa: una villa del Seicento a Massa. Un fratricidio, una storia maledetta, i carabinieri sempre lì, come se aspettassero che il passato tornasse a bussare. Pensava di aver chiuso con quel posto, di avergli già chiesto tutto. Invece no. Continua a dargli emozioni, con una fedeltà ostinata. Ed è proprio da quella fedeltà, da quell’attenzione a ciò che il tempo lascia dietro di sé, che nasce tutto il resto.

E il tempo è passato anche per Nicola, portando con sé piccole e grandi prove della vita vissuta.
Dalla sua prima mostra fu in un bar della Versilia, per esempio, ne sono cambiate di cose. Gli chiesero di fare “qualcosa di culturale”, come si chiede una boccata d’aria fresca in una giornata afosa, con quel filo di speranza che sa di impalpabile. Quando il bar si riempì e lui si ritrovò circondato da persone che probabilmente non capivano del tutto cosa stesse succedendo, provò una felicità assoluta. Non gli serviva altro. Era come se, in quel momento preciso, tutto il resto del mondo fosse sparito. Qualcuno, però, stava osservando. Un gallerista di Pietrasanta vide quella piccola mostra e decise di portarla in galleria. Da lì, piano piano (anzi, senza alcun vero piano), tutto è cresciuto. Ha esposto ovunque: a New Orleans, in Estonia, a Ostuni, con pannelli giganteschi montati in un frantoio abbandonato — un luogo che sembrava fatto apposta per ricordare che il tempo vince sempre, e che noi, nel frattempo, possiamo solo provarci.

Oggi non punta a niente, non ha mappe o obiettivi precisi. Si lascia trascinare, come chi ha capito che fare programmi è il modo più rapido per farli fallire ed essere smentiti. Eppure, guardando indietro, si rende conto di essere già andato molto oltre le sue aspettative, che erano, come tutte le aspettative sane, piuttosto basse. C’è una certa poesia malinconica in tutto questo: l’arte, la vita, il tempo che scorre, e lui che cerca solo di tenerne il passo, un’immagine alla volta.

© Nicola Bertellotti – Tutti i diritti riservati.

Quando le persone guardano le sue foto, reagiscono in modi diversi. L’abbandono parla a tutti, ma dice cose diverse. Ricorda le case dei nonni, un tempo che non c’è più, antenati che sussurrano. È una riflessione amara: accumuliamo cose, foto, oggetti, e poi tutto viene calpestato, dimenticato. Nessuno recupera niente. Eppure, in mezzo a quella caducità, il lavoro di Nicola custodisce un amore senza fine, un gesto che continua a cercare e registrare, anche quando il mondo sembra voltarsi dall’altra parte.

Il suo lavoro non vuole fare denuncia. Anche se molti glielo chiedono, come se il suo compito fosse svelare ingiustizie o raccogliere prove da consegnare al mondo. Non è il suo lavoro. Non scrive mai i luoghi esatti nelle didascalie, non pubblica mappe o coordinate. Per lui non conta il reportage, né la cronaca. Il suo lavoro è estetico, più che documentario. È artigianato, non militanza: costruisce immagini, non accuse. E così lui resta lì, a osservare ciò che è rimasto, a registrare il silenzio e la memoria dei luoghi, senza pretendere che qualcun altro faccia qualcosa. Perché la fotografia, nel suo amore senza fine per le storie, è l’unico testimone che serve.

Nicola Bertellotti: Instagram | Sito web
© Nicola Bertellotti – Tutti i diritti riservati.

Scopri di più da una capinera

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere