Laura Mateare: l’arte come medicina

Avete mai pensato che l’arte possa essere una medicina?
Laura sì. E non perché lo avesse letto su qualche libro motivazionale lasciato sul comodino. Lei lo aveva studiato. Era un medico. E la sua tesi di specializzazione parlava proprio di questo: di come l’arte possa aiutare a non perdersi, a non bruciarsi dentro, a non arrivare a quel punto in cui ti alzi al mattino e ti chiedi perché lo stai facendo. Mi raccontava che le persone esposte all’arte (in qualunque forma) sono meno soggette al burnout. Meno stress. Più respiro.
L’arte che calma il sistema nervoso, abbassa il cortisolo, quello che ti tiene sempre in allarme, e ti permette di tirare fuori quello che hai dentro senza doverlo spiegare per forza. Disegnare, colorare, andare a teatro, entrare in un museo senza sapere bene perché, ma solo perché ci piace la locandina della mostra in corso. Piccole cose. Che però fanno una grande differenza, soprattutto per chi vive sotto pressione ogni giorno.

La sua tesi parlava di questo. Di burnout. Ma in realtà parlava anche un po’ di lei.
Probabilmente se ne accorse solo alla fine. Quando consegnò quelle pagine piene di grafici, percentuali, parole serie. Tutto molto scientifico. Tutto molto ordinato. Ma sotto, tra una riga e l’altra, c’era una verità più semplice: stava cercando di dimostrare con i numeri qualcosa che sentiva già addosso. Che senza arte si stava spegnendo.

Aveva passato anni a studiare medicina, a riconoscere i sintomi degli altri, a mantenere la distanza giusta. Quella distanza che ti protegge, ma che a lungo andare ti svuota. Aveva paura di diventare un medico impeccabile, ma spento. Uno che funziona, ma non sente più niente. Laura però aveva dimostrato nella sua tesi che l’arte rende migliori anche i medici, li rende più empatici. Consente di capire i pazienti non solo con la testa, ma con il sentire. Così aveva unito due mondi che tutti le dicevano di tenere separati. Arte e medicina. Creatività e scienza. Aveva osservato studenti, misurato l’esaurimento emotivo, messo tutto nero su bianco. E i risultati erano chiari. Troppo chiari per essere ignorati: chi viveva l’arte stava meglio.

Meno burnout, più empatia. Più ascolto, più umanità. Non era una scoperta rivoluzionaria. Era solo il promemoria che prendersi cura degli altri è importante, ma prendersi cura di sé lo è ancora di più. E Laura si riconosceva in ogni riga. Perché il burnout lei non lo aveva studiato soltanto. Lo aveva vissuto.
Non come una parola elegante nei manuali, ma come una stanchezza che non passa. Quella che ti svegli già stanco. Quella che respiri, ma è come se l’aria non bastasse mai. Viveva in apnea.
Andava in ospedale, faceva il suo lavoro, tornava a casa. E dentro sentiva sempre meno spazio.
Come se qualcuno avesse iniziato a togliere i mobili, le pareti, perfino le finestre. Restava tutto in piedi, ma vuoto. In quei momenti l’arte non era un hobby. Non era “tempo libero”. Era un salvagente.
Una via di fuga, sì. Ma anche una via di ritorno.

Quando aveva deciso di dedicarsi solo allo studio, era successo senza che se ne accorgesse. Dipingeva “dopo”. Dopo aver studiato. Dopo aver finito tutto. Peccato che il tutto non finisse mai.
E lei, intanto, si perdeva un po’ ogni giorno. Finché alla fine non smise del tutto.
Eppure l’arte era sempre stata lì. Nella bambina timida che parlava poco e disegnava tanto, quando le parole restavano bloccate ma le mani riuscivano a dire tutto. Nel pianoforte, suonato dai sei ai tredici anni, quella disciplina silenziosa capace di insegnare l’ascolto. Nei corsi di pittura, nei libri sottolineati, nella poesia letta di notte, quando il mondo finalmente tace. Nei viaggi in Calabria, dove il tempo rallenta e nessuno sente il bisogno di dimostrare qualcosa: è lì che aveva intuito l’esistenza di un altro modo di stare al mondo. Più lento. Più vero. Poi Firenze aveva messo tutto a fuoco. Camminare da sola in una città che è un museo a cielo aperto le aveva fatto capire una cosa semplice e potente: l’arte non è qualcosa che aggiungi alla vita quando hai tempo. È qualcosa che la attraversa. Sempre.

Sua madre l’aveva sempre incoraggiata. Come se avesse capito prima di lei quanto fosse importante.
Sua nonna, invece, le aveva insegnato il ricamo. Una nonna italiana, calabrese, mani forti e pazienti allo stesso tempo. Il tempo lento di chi non ha fretta di arrivare da nessuna parte. Ricamavano insieme punto dopo punto, sedute una accanto all’altra, spesso in silenzio. Non c’era bisogno di parlare.
C’era solo il filo che passava, entrava, usciva. Un gesto semplice, ripetuto, quasi ipnotico. Senza fretta. Senza aspettarsi nulla. Senza l’idea di dover dimostrare qualcosa a qualcuno.

Laura è cresciuta a Parigi, una città veloce, esigente, piena di stimoli. È lì che ha scelto di diventare medico, ed è lì che oggi vive e lavora. Ma era nelle estati trascorse in Calabria che il suo tempo cambiava ritmo. Lì, dove le giornate sembravano più lunghe, dove il caldo rallentava ogni cosa e nessuno sembrava avere davvero un posto dove arrivare. Lì, mentre il mondo pareva fermarsi, aveva imparato da sua nonna che le cose più solide non nascono dalla fretta, ma dalla ripetizione: dai gesti semplici fatti bene, dalla pazienza.
Forse senza saperlo, in quei pomeriggi stava assimilando una lezione che le sarebbe tornata utile molti anni dopo: creare non è solo produrre qualcosa di bello. È restare. È tenere il filo anche quando tutto il resto spinge per andare più veloce. È costruire, un punto alla volta, qualcosa che resiste.
Così, quasi inevitabilmente, Laura tornò a dipingere, a creare. Senza programmi, senza obiettivi, senza strategie, senza chiedersi dove sarebbe arrivata. Tornò all’arte come si torna a casa quando si è stanchi.

E nel suo stile resiste la sua storia.
C’è la pittura, certo, ma c’è anche il ricamo. C’è il rigore accademico degli anni di studio, la precisione, la struttura. E poi c’è l’improvvisazione. Il fare e vedere che succede. Il lasciare spazio a qualcosa che non controlli del tutto. Infatti iniziò a lavorare con la seta quasi per caso, da un esperimento finito male perché la seta è fragile. Se la forzi si rompe. Ha bisogno di delicatezza, di equilibrio. Lo stesso equilibrio che lei stava cercando dentro di sé. Metterla sulla tela, ricamarla, dipingerla, fu come accettare una verità semplice: la vita non è mai tutta uguale. È fatta di parti che lasciano passare la luce e di altre che la trattengono. Di trasparenze e di zone opache. Di giorni chiari e di giorni più scuri.

Dipinge spesso con una tazza di caffè accanto, mentre la luce della golden hour filtra attraverso le finestre esposte a sud-ovest del suo appartamento. Sulla seta, i suoi gesti tracciano trasparenze e ombre che mutano lentamente, come se ogni ora fosse un mondo a sé. E osserva: le sue opere non sono mai le stesse; mutano con la luce, si trasformano sulle pareti, assumono forme che sfuggono alla memoria. Così comprende, con la quieta sorpresa dei secoli, che anche lei cambia incessantemente: non è mai identica a se stessa, e tuttavia questa perpetua metamorfosi è la sua verità.
Verità che l’ha portata a vincere un concorso per artisti emergenti: il Bastille Art Prize, con la possibilità di esporre le sue opere in una mostra concreta. Dal 15 gennaio al 21 febbraio 2026, chiunque varchi la soglia della Galerie Bessaud, a Parigi, può confrontarsi con la delicatezza e il fascino mutevole dei suoi lavori. Non è più soltanto un fremito confuso, una speranza trattenuta per paura del dolore: sta accadendo davvero. La mostra. Le persone che si fermano davanti alle sue opere. Le domande, gli sguardi, il contatto umano.

La sindrome dell’impostore bussa puntuale alla porta, il dubbio non se ne va mai del tutto. Ma anche questo fa parte del processo. Come tutto il resto. Lo rivede chiaramente anche nei suoi studenti: negli occhi stupiti di chi scopre le proprie mani, nella meraviglia di chi realizza di poter creare qualcosa dal nulla. Oggi è un medico, ma insegna anche pittura. Ogni volta le sembra di rivedersi. Creare è dire: io sono qui. È dare forma a qualcosa che prima non esisteva. Ed è forse questo il vero contrario del burnout: un gesto che, pur piccolo, afferma la propria esistenza e rinnova la propria vita.
E menomale che Laura non ha scelto tra arte e medicina. Ha scelto di non rinunciare a nessuna delle due, di lasciare che entrambe continuino a modellare chi è, a riflettersi l’una nell’altra. La pittura le ricorda la meraviglia della creazione, la medicina le ricorda il valore del prendersi cura; insieme, entrambe le permettono di restare presente, viva e autentica. È testarda, un Toro (come dice lei). Cerca ogni giorno un equilibrio. Tra trasparenza e opacità. Tra scienza e poesia. Tra ciò che cura gli altri e ciò che cura lei. E se oggi qualcuno le chiedesse chi è, forse risponderebbe così: una persona che ha capito che, per prendersi cura degli altri, bisogna prima prendersi cura di se stessi e imparare a non spegnersi.

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