
Giulio Alvigini nasce a Tortona nella metà degli anni Novanta, un periodo storicamente scomodo per venire al mondo con l’idea di diventare artista. È l’epoca in cui tutti ti insegnano che devi trovare la tua voce, che l’espressione personale è sacra, che ognuno ha qualcosa di unico da dire. Poi cresci e scopri che su internet chiunque ha una voce, spesso migliore della tua, ma compressa, frettolosa, e destinata a svanire dopo quindici secondi netti. Nonostante questo, iniziò a studiare storia dell’arte al liceo artistico di Genova, città scelta non per vocazione poetica ma perché militava, allora, nelle giovanili calcistiche. La società gli pagava il convitto e, per Giulio, quella era l’occasione perfetta.
Finito il liceo, l’approdo naturale fu l’Accademia, che in una recente chiacchierata mi ha descritto come un’esperienza fondamentalmente inutile. O meglio (citando un sommo poeta), è un’esperienza positiva perché formativa come esperienza negativa: insomma, farla è utile solo a capire che non è fondamentale vivere di arte. Eppure lì, tra corridoi illuminati male e aule che odoravano di vernice e ansia (era quasi meglio il sudore degli spogliatoi), il percorso artistico di Giulio iniziò a ordinarsi, a formalizzarsi e, più importante, a diventare un oggetto di osservazione. Lì capisce che non vuole essere un artista (concetto già di per sé troppo metafisico) ma fare l’artista. Come si fa il ragioniere, il neurologo o il serial killer: con metodo, perseveranza e una certa mancanza di alternative.

La prima opera che realizza è una fotografia in cui si ritrae mentre salta nel vuoto, ispirata a Le Vide di Yves Klein ma ambientata nella rampa di scale dell’Accademia. Un gesto quasi suicida, al primo anno di studio, dove a molti verrebbe voglia di “spararsi”. Quello era il senso: un’immagine che condensasse ansia, ambizione e paura del percorso. Fu in quel periodo che Giulio si fece una domanda molto pratica, quasi sconveniente: qual è il percorso tipico del giovane artista?
Mentre i suoi compagni di studi si lasciavano trasportare dall’emozione estetica di The Artist is Present, lui si chiedeva ossessivamente: come ha fatto Marina Abramović a diventare “la Madonna dell’Arte Contemporanea”? Quali strategie ha tessuto, quali pupazzi ha messo in scena intorno a sé per ottenere credibilità, autorevolezza, attenzione? Era un esercizio di calcolo sociale, mascherato da curiosità intellettuale. Naturalmente, non cercava risposte consolatorie. Cercava un sistema. Capì presto che le risposte non erano tanto nelle opere, ma nelle vite degli artisti, nei retroscena, il dietro le quinte dei loro percorsi. Più che i manufatti, era interessato alle strutture che li rendevano possibili.


Capì quindi che non è sempre una questione di talento, ma di contesto. E che il contesto, in questo caso, era dato dal sistema dell’arte. Non solo opere, ma chi studia, chi espone, chi giudica, chi finge di capire. E capì, veramente, che l’opera non è il quadro appeso al muro, ma il curriculum che lo accompagna. Come un sottotitolo non richiesto, ma indispensabile se vuoi capire un dialogo in una lingua che non hai mai studiato. Senza quello, l’opera resta muta. Con quello, parla anche troppo.
Così, quando il curatore indicava l’opera, Giulio smetteva di guardare l’oggetto e fissava il dito. Un gesto comico, ma rivelatore, da cui nasce una disposizione d’animo ben precisa: un’attenzione vigile, sospettosa, quasi professionale verso il sistema dell’arte. Lo osserva senza fidarsi, senza farsi ingannare, eppure sceglie di restarci dentro. Perché per lui l’arte è una passione, non romantica ma cristologica: complessa, totalizzante, dolorosa, capace di trasformare ogni gesto in un sacrificio inutile ma necessario. Non salva, non redime, non migliora nessuno. Serve solo a giustificare il fatto che, inspiegabilmente, si continui a fare quello che si fa.
Giulio non “crede” nell’arte: la pratica. Come una religione in cui dubiti dell’esistenza di Dio, ma continui ad andare a messa perché conosci a memoria i riti. E soprattutto i peccati. E, a proposito di religione, in un certo senso, decidere di fare l’artista è stato praticamente un atto di fede. Ci vuole coraggio nello scegliere consapevolmente una vita instabile sapendo che non diventerà improvvisamente dignitosa solo perché la chiami pratica artistica. Eppure compie questa scelta con un cinismo abbastanza sano, perché trovandosi davanti due mondi che gli appartengono entrambi (quello dell’arte e quello del calcio) fa una valutazione semplice, quasi contabile: sceglie ciò che gli fa meno schifo. Non ciò che promette felicità, ma ciò che gli garantisce un certo grado di libertà.
E così resta. Dentro il sistema, senza illusioni di purezza. E decide che, se proprio bisogna partecipare alla farsa, tanto vale trasformarla in spettacolo.

Non è mai stato il tipo di artista che si illude, né quello che si indigna con trasporto: non alza la voce, non sbatte le porte. Osserva. Prende appunti invisibili. Misura la stanza, il pubblico, l’aria. E guardando intorno a sé vedeva sempre la stessa scena ripetersi con una certa coerenza clinica: ansia di esclusione, ossessione per il successo rapido, curriculum stampati troppo presto e opere ancora convinte di essere speciali. Tutti chiedevano attenzione immediata, come se l’arte fosse un pronto soccorso emotivo. Fu così che, ripensando al fatto che su internet tutti (ma proprio tutti, persino unacapinera) hanno una voce, decise di trasformare il piombo in oro. Nel 2018 creò Make Italian Art Great Again, una pagina su Instagram nata non da una visione profetica, ma da una domanda semplice: come attirare attenzione in un ambiente saturo, evitando allo stesso tempo una quantità eccessiva di fatica? La risposta fu un mezzo economico, rapido e un po’ sornione: il meme.
Parlava di ciò che conosceva (il sistema dell’arte, appunto) usando un linguaggio che non chiedeva permesso. In superficie sembrava satira. In realtà era un modo per accorciare la distanza tra pensiero e opera, eliminando passaggi inutili come la produzione, l’allestimento e la speranza. L’idea diventava opera nel momento stesso in cui veniva formulata. Una frase, una battuta, pubblicata subito. Il telefono come strumento definitivo dell’artista stanco. Le immagini iniziarono a circolare. Arrivarono i feedback, entusiasti e indignati, spesso dalla stessa persona. All’inizio l’attenzione alimentò un certo egocentrismo, ma durò poco. Col tempo i numeri si stabilizzarono, il rumore calò. Rimase la lucidità. Che, tutto sommato, era l’unica cosa che gli interessava davvero.

In lui convivono infatti una lucidità disarmante e una forma costante di pudore. L’ironia interviene sempre prima dell’enfasi, come un riflesso automatico di autodifesa contro ogni rischio di solennità. Non è un iconoclasta urlante. Non distrugge, non denuncia frontalmente. Preferisce usare il sistema contro sé stesso, con una calma che sfiora il cinismo ma non perde mai del tutto una certa tenerezza.
Quando realizza opere, meme, testi o installazioni, il tono è sempre controllato, privo di richieste emotive esplicite.
Non cerca commozione né scandalo. Punta piuttosto a quel momento di esitazione in cui non sai se stai ridendo o se sei appena stato chiamato in causa. È lì che la sua personalità emerge con più chiarezza: nel piacere sottile di spostare il disagio, di farlo scivolare con garbo da sé agli altri. Anche quando parla in pubblico evita accuratamente la postura del maestro. Assume piuttosto il tono del commediante (o del buffone di corte, come si definisce lui), di chi racconta qualcosa di serio fingendo che non lo sia, come se stesse condividendo un segreto che funziona solo a patto di non essere preso troppo sul serio. Non seduce con l’autorità, ma con la chiarezza. E soprattutto con una sincerità sempre leggermente mascherata.

Oggi vive e lavora tra Torino, Milano e Genova: tre città perfette per non sentirsi mai del tutto a casa, più per una cortese allergia alla stabilità che per autentico spirito nomade. Se proprio dovesse fermarsi, sceglierebbe di farlo nelle campagne piemontesi, dove cammina a lungo per allungare i pensieri fino a farli diventare maneggevoli. Le passeggiate tengono impegnato il corpo mentre la mente, lasciata libera, compila il suo inventario quotidiano di dubbi, ipotesi e piccoli, necessari disprezzi. Il paesaggio collabora perché non chiede nulla: campi educati, strade secondarie, silenzi ben allevati. È qui, tra le colline di Casasco, che ha installato una scritta monumentale dal chiaro sapore autobiografico: Bellissimo. Con il punto, perché anche l’entusiasmo, come il colesterolo, va tenuto sotto controllo. È una battuta, certo, ma anche una diagnosi. Un po’ come Interessante, parola che riassume insieme la miseria del lessico e l’imbarazzo collettivo di fronte all’arte contemporanea.
Se gli chiedi il suo artista preferito ti risponde Giotto e Michelangelo, con la serenità di chi sa di aver appena rovinato una conversazione. Perché infatti, al contrario di come ci si potrebbe immaginare da un buffone di corte del sistema dell’arte — una sorta di Hannah Montana che alterna maschera e personaggio — ha anche un lato profondamente serioso: lavora ai musei di Pellizza, fa ricerca, scrive articoli, studia con rigore la figura di un artista come Pellizza da Volpedo, confrontandosi con un’idea di artista, di lavoro e di responsabilità che ha poco a che fare con l’attualità rumorosa del sistema. Del contemporaneo, però, capisce benissimo il meccanismo: la parte rituale, quasi religiosa: le frasi giuste da dire, i silenzi calibrati, le posture corrette davanti alle opere. Invece di rifiutare questo apparato, decide di impararne il copione fino in fondo, per poi recitarlo leggermente storto. Quanto basta perché lo spettatore inizi a percepire un disagio sottile, quello di sentirsi osservato mentre guarda.


Dal 2014 espone, accumula esperienze, attraversa contesti istituzionali e indipendenti come chi partecipa a una festa sapendo già che finirà male. Biennali, mostre, project space: ogni lavoro è un frammento di una costruzione più ampia, dove il contenuto conta meno del posizionamento.
Nel frattempo parla. Tiene lecture, talk e incontri in luoghi che dovrebbero rassicurare (università, accademie, musei) ma che finiscono per amplificare il sospetto che nessuno sappia davvero cosa stia succedendo. Interviene allo IULM, a Brera, all’Accademia Albertina, al MAMbo, alla Fondazione Cirulli, a Ca’ Foscari, perfino a un TEDx. Come se stesse cercando una risposta definitiva e ottenesse solo un microfono migliore. Ovunque ripropone la stessa tesi: l’artista non è un genio isolato, ma un lavoratore simbolico intrappolato in una narrazione che deve alimentare incessantemente.
L’artista non come genio, ma come auto-impresa.
Non è interessato al successo postumo né all’idea romantica di un’opera destinata a sopravvivere alla morte del suo autore. Al contrario, desidera che tutto venga distrutto, o almeno consumato fino in fondo. Proprio per questo, senza aspettare di passare a miglior vita, ha scelto di produrre un proprio merchandising, oggi presente nei bookshop di musei importanti come Palazzo Strozzi o il Guggenheim. Espone lì, tra le borse e i cataloghi, non nelle sale principali: una posizione laterale ma perfettamente coerente, ancora una volta ironica. La sua è un’opera che esiste interamente nel presente, pensata per circolare, essere acquistata, usata e raccontata senza mediazioni, senza l’aura dell’eternità. Forse il gesto più radicale sta proprio qui: aver trasformato la propria carriera in un’opera concettuale, con la piena consapevolezza che, come molte opere contemporanee, non risolverà nulla. Eppure funziona.


In questo approccio si riflette la sua personalità: non credere fino in fondo a ciò che fa, ma farlo comunque con estrema precisione. Quando qualcuno gli chiede se tutto questo sia arte o filosofia, risponde implicitamente proclamandosi Re Meta più che Re Mida: non trasforma in oro ciò che tocca, ma in occasioni in cui l’arte è costretta a pensare sé stessa con ironia. E così continua a fare l’artista, mantenendo intatta quella combinazione di intelligenza, distacco e autocontrollo che caratterizza tutta la sua pratica. E questa pratica, fare l’artista invece di esserlo, si radica in una visione postmoderna dell’identità: non essenza, ma serie di gesti ripetuti fino a sembrare naturali.
Per questo Giulio è artista: perché continua ostinatamente a comportarsi come tale. E, proprio per questo, può permettersi di ironizzare sul ruolo, recuperando una tradizione profondamente italiana: quella dei buffoni, della commedia, del carnevale. Ridere della maschera mentre la si indossa alla perfezione. Sa di essere dentro il sistema che osserva e non cerca assoluzioni, gli basta restare abbastanza lucido da raccontarlo mentre funziona. Osserva i meccanismi del sistema dell’arte come un antropologo cinico, annotando ogni gesto, ogni scelta, ogni minuscola strategia con un misto di disincanto e divertita attenzione. Ma anche con una certa dedizione, che lui stesso preferisce chiamare ossessione. Perché «tutti gli artisti sono ossessionati, anche se non tutti gli ossessionati sono artisti.»
Giulio Alvigini: Sito web | Instagram

