Matteo Cascetti: introspezione controluce

Matteo è nato a Camerino nel 1979, in una terra di colline morbide e pietra antica. Suo padre è restauratore e dipinge per diletto, e senza dirlo gli lascia un’eredità precisa: l’idea che l’arte non sia un ornamento, ma un modo di abitare il mondo. Una forma di attenzione. E Matteo presta attenzione, soprattutto alle mani del padre. Non parlano molto, ma non ce n’è bisogno: quelle mani raccontano già abbastanza. Sono segnate dalla polvere del legno, dalla cera, dall’odore sottile dei solventi. Mani capaci di ridare vita a un mobile dimenticato, di far risplendere l’oro opaco di una cornice, di seguire una crepa nel legno come si segue una cicatrice sulla pelle. Guardandole, Matteo comprende una cosa semplice: le mani raccontano storie. E a volte riescono perfino a convincere il tempo a fare un passo indietro.

Così impara l’arte come si impara una lingua in famiglia: non una lingua madre, forse più una lingua paterna, fatta di ascolto e imitazione, senza grammatica né teoria. Prima lo sguardo, poi il gesto.
Non frequenta scuole d’arte: è un autodidatta nel senso più concreto del termine. Impara guardando, sbagliando, rifacendo da capo. La sua formazione è il mondo: le rotture sui muri dopo l’inverno, i volti incontrati per strada, le conversazioni ascoltate più o meno per caso nei bar. E le ferite. Sue e degli altri. La sua vera scuola è il mondo intorno a lui: le crepe sui muri dopo l’inverno, i volti incrociati per strada, le ferite proprie e altrui. Pittura, disegno, scultura, tatuaggio: ogni tecnica è un passaggio, non per arrivare da qualche parte, ma per avvicinarsi, poco a poco, a qualcosa di essenziale.

La prima forma d’arte che Matteo sceglie non è la tela, ma la pelle. A sedici anni inizia a tatuare, e come sempre, all’inizio sono linee incerte, prove tracciate con l’urgenza di chi sente di aver trovato un varco e non vuole lasciarselo sfuggire. Il tatuaggio gli insegna una disciplina silenziosa: non esiste il tasto “annulla”, nessun ripensamento può davvero cancellare. Ogni segno resta. Ogni errore diventa parte del disegno. Con il tempo diventa un maestro, riconoscibile per uno stile che mescola figure scomposte, simboli intimi, anatomie attraversate da tensioni emotive. Nella pelle degli altri impara ad ascoltare storie, paure, desideri. Capisce che incidere un’immagine significa assumersi una responsabilità: entrare nella vita di qualcuno e lasciarvi una traccia permanente.

Quando torna alla pittura, non abbandona quel linguaggio. Lo trasporta sulla tela. Anche nei quadri c’è la stessa decisione del tratto, la stessa intensità concentrata. Colori densi, segni stratificati, superfici cariche di materia. Le forme emergono come tatuaggi dell’inconscio, frutto di un corpo a corpo tra istinto e memoria. Solo che qui la pelle è più ampia, e il silenzio ancora più profondo.

Negli anni il suo linguaggio si trasforma. Si intravede un’influenza cubista nelle scomposizioni dei volti e dei corpi, ma i toni restano morbidi, attraversati da una vibrazione emotiva che addolcisce l’angolosità delle forme. La condizione umana (fragile, mostruosa, ironica) è al centro della sua ricerca. Le figure che dipinge sembrano portare addosso simboli, come cicatrici o talismani. Non c’è compiacimento nella deformazione, piuttosto un desiderio di verità: mostrare ciò che si nasconde sotto la superficie levigata delle cose.

Quando crea, Matteo non progetta, ma ascolta. Non parte da un disegno preciso, ma da un’impressione: ciò che ha vissuto il giorno prima, un sogno sospeso, un’inquietudine, un sorriso del figlio. Poi lascia che tutto si mescoli e, quando sente che è il momento, prende il colore e traccia il primo segno, rapido e fisico, come entrare in acqua senza testarla con la punta del piede. È da questo ascolto che nasce la sua deformazione: un gesto che non torna indietro, che segue l’urgenza del momento, che si sporca le mani e cambia direzione se necessario, ma senza fermarsi a ragionare troppo. Sa che spiegare ciò che sta facendo romperebbe la magia dell’immediato, dell’autenticità.
Perché per lui il disegno è medicina. Lo dice senza enfasi, come una constatazione. Disegnare significa mettere ordine nel caos, o forse accettare che il caos abbia una sua armonia segreta.
Tuttavia, quando suo figlio piccolo inizia a tracciare linee incerte su un foglio, Matteo ha una rivelazione silenziosa: tutta la tecnica accumulata negli anni rischia di diventare una gabbia. In quei segni infantili c’è una libertà assoluta, una verità priva di sovrastrutture. Da allora impara a “disimparare”, a lasciare spazio all’errore, all’imperfezione, alla sorpresa.
Il suo miglior maestro, dice, è proprio suo figlio.

Questa consapevolezza si intreccia con un altro filo della sua vita: l’importanza della famiglia. Per Matteo, prendersi cura di chi ama significa anche fare ciò che ama, trasformare la passione in lavoro e costruire un luogo in cui questa energia possa vivere. Lo fa con il “Laboratorio sotto casa”, un luogo in cui la sua creatività si intreccia con quella di Claudia senza gerarchie. Qui si mescolano tatuaggio, pittura, ceramica e macramé in un dialogo continuo tra gesti e materiali. Matteo porta nel laboratorio tutto ciò che ha accumulato negli anni: la precisione del tatuaggio, l’immediatezza del gesto pittorico, la capacità di trasformare un’impressione in segno e figura. La ceramica diventa così una nuova tela, un’estensione naturale del suo linguaggio, dove la materia risponde allo stesso impulso che ha imparato a seguire sulla pelle e sulla tela.

Il laboratorio non è solo un luogo di lavoro, ma un osservatorio sulla vita: sui silenzi del bosco, sui gesti quotidiani, sulle storie che affiorano senza preavviso. Matteo vi entrava ogni mattina come in un rito: ascoltava prima di fare, lasciava che le emozioni sedimentassero e poi tracciava il primo segno, deciso e immediato. Con Claudia al suo fianco, ogni progetto prendeva forma come un racconto condiviso. Ogni nodo, ogni smalto, ogni segno sulla ceramica portava con sé un frammento di entrambi. Eppure, in mezzo a quella fusione di linguaggi, Matteo restava fedele al proprio gesto: diretto, istintivo, capace di catturare la verità che spesso si nasconde sotto la superficie delle cose.

Matteo Cascetti è un artista che non cerca definizioni comode. Se proprio dovesse dare un nome al suo stile, lo chiamerebbe “introspezione”: non come ripiegamento su di sé, ma come viaggio dentro le pieghe dell’esperienza umana. Ogni mattina, quando la casa è ancora silenziosa e il mondo non ha ancora cominciato a chiedere nulla, torna davanti alla tela come davanti a uno specchio.

E in quel gesto rapido, istintivo, carico di colore, c’è tutta la sua storia: il bambino che osservava il padre ridare vita al legno e ai colori, assorbendo senza parole la precisione, l’attenzione, la cura; l’adolescente che imparava a incidere sulla pelle delle altre persone, a rispettare e ascoltare storie e desideri; l’uomo che oggi osserva il figlio tracciare linee incerte su un foglio, trovandovi una libertà pura che lo invita a “disimparare” e a lasciare spazio all’imperfezione e alla sorpresa.
Matteo assorbe tutto questo e lo proietta in ciò che crea: ogni gesto, ogni segno, ogni colore porta dentro il dialogo tra generazioni, tra esperienza e intuizione, tra memoria e libertà. Ed è così che il suo lavoro diventa un ponte tra passato, presente e futuro, una testimonianza viva di ciò che ha imparato e di ciò che continua a imparare. Finché c’è luce del mattino, c’è una tela pronta ad accoglierlo. E ogni volta è un inizio.

Matteo Cascetti: Instagram arte| Instagram tattoo | Sito web Il laboratorio sotto casa

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