
Il Primo Maggio ha un suono strano. Non è davvero una festa, non è davvero una pausa. È più simile a un silenzio collettivo, come quando in una stanza piena di gente qualcuno smette improvvisamente di parlare e tutti fingono di non accorgersene. Le città rallentano, i bar si riempiono, i sorrisi si allargano appena oltre il necessario. Ma sotto (sempre) resta una vibrazione continua, una specie di corrente di fondo che non si interrompe mai. Il pensiero del lavoro, forse. O, più precisamente, di ciò che il lavoro è diventato: una condizione permanente, più che un’attività.
Mi sveglio più tardi del solito con una sensazione ambigua, quella di chi crede di essere momentaneamente fuori dal sistema e già sospetta di non esserlo davvero. Poi controllo l’email. Non per necessità, ma per riflesso. Come chi smette di fumare e continua a cercare le sigarette nelle tasche dei cappotti che non sta indossando. Non devo lavorare, eppure non mi sento libera. Come se il lavoro non fosse più un luogo dove andare, ma una lente attraverso cui filtrare tutto: il tempo, le relazioni, perfino la percezione di me stessa.
Forse è per questo che continuo a comprare cose che promettono di sistemarmi. Una crema che mi restituisca un volto meno stanco , o quantomeno una stanchezza più presentabile. Un quaderno che dovrebbe trasformarmi in una persona più organizzata, presupponendo una disciplina che non ho mai davvero avuto. Un libro che, nella sua semplice presenza, insinua la possibilità di diventare qualcuno di più interessante, più completo, più definito. Ogni volta si ripete lo stesso rituale minimo: scelgo, pago, aspetto. Una liturgia privata, quasi elegante nella sua ripetizione. Come se stessi investendo in una versione migliore di me che, con una certa coerenza, non arriva mai.
Ed è lì che riaffiora quell’immagine di Who Owns What? di Barbara Kruger.
Una mano, fotografata con quella crudezza pubblicitaria che lei ha sempre saputo sabotare, tiene una piccola scatola. Le dimensioni sono quelle di un pacchetto di sigarette: oggetto perfetto, storicamente, per parlare di dipendenza senza doverla nominare. Ma al posto del marchio (al posto del logo, dell’identità commerciale) c’è una domanda, stampata in caratteri netti, aggressivi, tipografici: Who Owns What? Chi possiede cosa?
Nel giorno in cui si celebra il lavoro, la domanda si deforma, si espande. Non riguarda più soltanto gli oggetti, ma il tempo, le energie, i pensieri. Perché mentre accumulo punti fedeltà, mentre aderisco a micro-rituali di miglioramento personale (skincare, organizzazione, ottimizzazione) diventa sempre più difficile sostenere l’idea che sia io a governare il processo. C’è qualcosa che mi precede, che orienta il desiderio prima ancora che io lo riconosca come tale.

E allora penso a quella frase di Fight Club, tratta dal romanzo di Chuck Palahniuk, che ha avuto il destino ambiguo di tutte le verità troppo citabili: sembrare superficiale fino a quando non diventa inevitabile. Le cose che possiedi, alla fine, ti possiedono.
Nel film, questa intuizione è incarnata da Tyler Durden (Brad Pitt), figura insieme carismatica e patologica, che porta alle estreme conseguenze una logica già perfettamente operativa nel mondo reale. Oggi, però, quella frase sembra persino insufficiente. Non sono più soltanto le cose. Sono le aspettative che acquistiamo senza accorgercene. Le traiettorie di successo predefinite. Le identità professionali che finiamo per abitare come appartamenti in affitto.
Nessuno ti punta una pistola alla tempia, ed è proprio questo a rendere il meccanismo quasi impeccabile. Non c’è costrizione visibile, solo una sequenza di scelte perfettamente ragionevoli. Ti convincono, con una gentilezza quasi premurosa, che tutto dipenda da te: se lavori abbastanza, se migliori abbastanza, se scegli correttamente, arriverai da qualche parte. E così continuiamo.
Lavoriamo per permetterci oggetti che rendano il lavoro più tollerabile. Ci miglioriamo per adattarci a strutture che non abbiamo mai davvero scelto. Interiorizziamo una stanchezza che diventa normale, poi inevitabile, infine quasi identitaria. Sempre leggermente in ritardo rispetto a una versione ideale che resta, per definizione, irraggiungibile.
Nel frattempo, oggi, le piazze si riempiono. Si canta. Si parla di diritti, di dignità, di senso. Parole necessarie, e proprio per questo leggermente astratte, come se appartenessero a un livello della realtà che sfioriamo senza mai abitarlo davvero. Per un attimo sembra possibile rimettere ordine, come se bastasse ricordarsi il lessico corretto. Poi il giorno dopo si torna.
E forse è questo che inquieta più di tutto: non la fatica, non il sistema che hanno almeno il merito di essere riconoscibili, ma la nostra straordinaria capacità di adattamento. Di rendere tutto non solo sopportabile, ma persino coerente, quasi elegante.
Perché siamo diventati bravissimi a decorare la nostra stanchezza. Scrivanie curate, abitudini sane, versioni ottimizzate di una vita che resta, nella sostanza, opaca. Una forma di estetizzazione dell’alienazione che funziona così bene da non sembrare nemmeno tale.
Chi possiede cosa?
Il mio lavoro è davvero mio?
Il mio tempo lo è?
Io lo sono?
Oppure sto semplicemente transitando da un carrello all’altro (di oggetti, di obiettivi, di versioni possibili di me) cercando qualcosa che, con ogni probabilità, non è mai stato in vendita?
Forse non si tratta di smettere. Sarebbe una semplificazione rassicurante, e quindi sospetta.
Forse si tratta, più modestamente, di accorgersene.
Di mantenere aperta la domanda, senza affrettarsi a chiuderla con una risposta decorosa.
Almeno per un giorno. Prima che tutto ricominci.
