Scilla, Cariddi e altri mostri che Nessuno vede

Dicono che ognuno di noi abbia una propria Itaca.

Non ci avevo mai pensato davvero prima di vedere l’Odissea di Christopher Nolan. Di questo, però, parlerò più avanti, quando il rumore intorno al film si sarà abbassato e avremo smesso di inseguirlo soltanto come un evento da non perdere, lasciando finalmente spazio a un confronto più lento e più sincero. Per ora penso all’Odisseo di Omero, quello ancora lontano da Itaca dopo aver attraversato guerre, naufragi e creature sospese tra il mondo degli dèi e quello degli uomini (“di apparente magia”, direbbe Nolan). Ha affrontato Polifemo, il ciclope da un occhio solo, e ha scoperto che anche l’astuzia più grande può lasciare una ferita quando il desiderio di essere visti prende il sopravvento. Ha attraversato la terra dei Lestrigoni, dove la sua grande flotta è stata ridotta al silenzio dalla forza cieca dei giganti, imparando che non tutto ciò che costruiamo è destinato ad accompagnarci fino alla fine. Ha incontrato Circe, che lo ha costretto a scendere nelle profondità dell’ombra prima di poter ritrovare la propria rotta, e ha ascoltato il canto delle Sirene, capace di trasformare ogni desiderio in una trappola. Nulla, del resto, è più pericoloso di ciò che promette di salvarci. Poi c’è Calipso, la quale gli ha offerto ciò che ogni viaggiatore, prima o poi, crede di desiderare: un rifugio, l’oblio della fatica. Restare con lei, però, significherebbe rinunciare a Itaca. Così Odisseo scopre che esistono prigionie con il volto della pace e che, a volte, la prova più difficile non è sopravvivere al mare, ma trovare il coraggio di lasciare un luogo in cui potremmo restare per sempre.

Questo perché Itaca non è soltanto un luogo in cui tornare, ma anche ciò che ci spinge a partire. Può essere un sogno da realizzare, un porto dove attraccare, una persona verso cui navigare. Nel mio caso, qualcosa di molto meno epico: il desiderio di riuscire a sentirmi finalmente a casa dentro la mia stessa vita. Per arrivare fin lì sto attraversando pensieri che mordono e emozioni che trascinano. Sto perdendo persone, occasioni e parti di me stessa che credevo destinate a rimanere. Eppure è stato proprio quando il mare intorno a me ha iniziato a cancellare ogni punto di riferimento che ho cominciato a comprendere davvero cosa significhi casa: non raggiungere una riva, ma riuscire a riconoscere la direzione verso cui abbiamo scelto di navigare. Anche nel cuore della tempesta.
Detto così, potrebbe non sembrare molto. Non ci sono armature, né spade, né montagne da scalare davanti agli occhi di qualcuno che possa riconoscere il mio coraggio. Nessuna musica drammatica in sottofondo, nessun dio dell’Olimpo che osserva con preoccupazione le mie gesta scuotendo la testa. Questo mio viaggio, nella maggior parte dei casi, attraversa gesti molto più semplici e ordinari. Una giornata di lavoro, un messaggio che continuo a riscrivere senza mai inviare. Giorno dopo giorno, notte dopo notte, mentre fisso il soffitto e i miei pensieri ritornano, ostinati, sempre allo stesso punto. Ed è proprio lì che mi accorgo di quanto sia difficile restare al timone.

Ci sono momenti in cui la mente prende il controllo della navigazione e cerca di prevedere ogni possibile conseguenza, come se esistesse una rotta perfetta capace di proteggermi da qualsiasi errore futuro. Ripenso a ciò che ho detto, a ciò che avrei potuto dire, a ciò che qualcuno potrebbe aver pensato ascoltandomi. Ogni frase viene ripresa, analizzata, osservata da tutte le angolazione fino a perdere il suo significato originario e trasformarsi in qualcos’altro., come quando ripeti troppe volte la stessa parola e perde di significato. Casa. Casa. Casa. All’inizio è un luogo, un’immagine, una promessa. Poi resta soltanto un suono. Una sequenza di lettere senza più un appiglio. Casa. Quale casa?
E allora accade il contrario: non sono più i pensieri a guidare, ma ciò che sento. Una paura può occupare l’intero orizzonte del futuro, una rabbia può diventare la lente attraverso cui interpreto ogni gesto degli altri.

È come se, a volte, cercassi di governare il mare con il pensiero e, altre, finissi per essere trascinata dalla corrente delle mie stesse emozioni.

Mi sento un po’ come Odisseo quando, attraversando lo stretto di Messina, si trova davanti a due minacce diverse e ugualmente impossibili da ignorare. Da una parte c’è Scilla, il mostro dalle sei teste nascosto nella roccia, pronto ad allungare i suoi colli verso le navi di passaggio. Dall’altra c’è Cariddi, legata al movimento incessante dell’acqua e al vortice che inghiotte il mare e intere navi. Ne conosce i pericoli, sa che non può evitarli entrambi e che per attraversare lo stretto deve passare necessariamente in mezzo a loro, lungo quello spazio sottile che separa l’uno dall’altro. Sa anche che ogni sua scelta avrà un prezzo: se si avvicina troppo a Scilla, perderà sei uomini; se si avvicina troppo a Cariddi, potrebbe perdere l’intera nave e tutto il suo equipaggio. Così entra nello stretto, Cariddi comincia a ruggire e tutti si voltano verso quella massa d’acqua che sembra sul punto di inghiottire ogni cosa. Per sfuggire al vortice cambiano direzione, ma la scelta li porta verso Scilla e il mostro afferra sei uomini divorandoli.

Mentre tutti gli occhi sono rivolti verso il pericolo più visibile, quello che sembra impossibile ignorare, è ciò che si muove nell’ombra a colpire.

Ecco, volendo rispolverare quel poco che ho imparato dall’esame di neuroscienze, mi sembra che il nostro cervello funzioni proprio così: da una parte c’è il pensiero logico, analitico e razionale (in alto a sinistra, dove si trova Scilla); dall’altra le emozioni, l’immaginazione e la forza delle pulsioni che prosperano (a destra, dalla parte di Cariddi). Il pericolo, però, non sta in una delle due dimensioni, non è il pensiero a salvarci né l’emozione a perderci. Il rischio nasce quando una delle due prende il sopravvento sull’altra e ci impedisce di mantenere la rotta. Scilla inizia con una domanda, con un ricordo che torna a galla. Lo osserva, lo scompone, lo collega a una frase pronunciata tempo prima, a uno sguardo. Frammento dopo frammento, costruisce una storia che lentamente prende vita. Una sorta di pensiero frankensteiniano: una creatura nata dai pezzi della nostra esperienza, alimentata dall’illusione che, continuando a cercare, prima o poi troveremo la risposta capace di mettere ordine a tutto.  E sappiamo che quella creatura nasce da noi, ne riconosciamo ogni parte, ogni frammento, ogni ferita. Eppure, continuiamo a percepirla come una minaccia.

D’altra parte ci sono le emozioni. Certo, possono dare energia alla nostra vita, ci permettono di desiderare, creare, amare e cambiare direzione. A volte, però, una sensazione smette di essere qualcosa che proviamo e diventa il filtro attraverso cui interpretiamo tutto ciò che ci accade. All’inizio è solo una sensazione, poi iniziamo a pensarci. Il pensiero rafforza quella sensazione e, a sua volta, la sensazione influenza il pensiero. Così possiamo ritrovarci dentro un circolo dal quale diventa sempre più difficile uscire: il vortice di Cariddi. Quando siamo dentro una corrente, non sempre ci accorgiamo di quanto ci stia trascinando, perché la sua forza può diventare così familiare da sembrarci normale. Possiamo arrivare a credere che sia il mondo a girare continuamente intorno a noi, quando forse siamo noi a tornare, senza accorgercene, sempre nello stesso punto. 

Ed è proprio qui che il mito smette di appartenere solo al passato e inizia a parlare di noi. È quello che ha fatto Nolan, alla fine. Non ha usato la storia di Odisseo per raccontare semplicemente un tempo lontano, ma per attraversarlo e ritrovare, al suo interno, qualcosa di profondamente umano. Perché, se anche la nostra mente è uno stretto attraversato da correnti opposte (il bisogno di capire e il bisogno di sentire) il problema non è eliminare Scilla o Cariddi. Non possiamo smettere di pensare, né possiamo spegnere ciò che proviamo. La vera sfida è navigare in una via di mezzo. Non una destinazione che si raggiunge una volta per tutte, questa somiglia piuttosto al tentativo di mantenere l’equilibrio su una barca che continua a muoversi. Il vento cambia, la corrente modifica la direzione e il corpo deve correggere la propria posizione ogni volta che il mare si sposta. Dobbiamo solo imparare a spostarci insieme a lui, senza perdere di vista la rotta.

Perché il viaggio non consiste nell’evitare ogni pericolo, ma nell’attraversarlo senza dimenticare che, anche quando il mare sembra più forte di noi, quando la paura alza la voce e la corrente sembra aver già deciso la direzione, una parte di noi continua ad avere una scelta: tenere il timone.



In foto:  Gruppo scultoreo di Scilla e Ulisse, parte dell’Odissea di Marmo conservata nel Museo Archeologico di Sperlonga.

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