
Ultimamente è arrivato nelle sale cinematografiche l’ormai attesissimo (da nessuno, credo) live action di Oceania. La grande carta giocata dal reparto marketing è stata The Rock con una fluente chioma da Maui, poco credibile persino come testimonial Pantene. «Capelli crespi? Ok, tranquilla!»
In concomitanza con questa nuova, indispensabile trasposizione dal cartone animato alla realtà, mi è capitato di parlare piuttosto spesso con voi, con colleghi e conoscenti dei live action Disney. E qui è avvenuto l’impensabile: ho scoperto che esistono persone a cui piacciono.
Non solo. Qualcuno ha persino pronunciato, con una serenità che non potrò mai comprendere fino in fondo, la frase: «Il live action lo preferisco», riferendosi ad Aladdin.
È stato uno di quei momenti in cui ti chiedi se sia ancora possibile credere nell’umanità o se sia arrivato il momento di trasferirsi in un bosco e comunicare esclusivamente attraverso bigliettini lasciati sotto le pietre.
Ad ogni modo, ho deciso di fare una cosa adulta e responsabile: mettere nero su bianco ciò che penso dei live action Disney. Non per convincere qualcuno, che il semidio polinesiano me ne scampi, ma per avere finalmente un link da mandare a chiunque mi chieda la mia opinione, evitando così di dover ripetere ogni volta le stesse rancorose argomentazioni. Considerato che viviamo già in una società in cui la gente litiga su quale sia il miglior tipo di friggitrice ad aria, non vedo perché debba aggiungere ulteriore sofferenza al mondo.

Che io non sia una sostenitrice di questi film sarà ormai evidente anche a chi abbia una conoscenza soltanto rudimentale del sarcasmo, ma sarebbe troppo semplice liquidare la questione come l’ennesima lamentela di una nostalgica incapace di accettare il cambiamento. Anche perché, purtroppo, una parte di verità in questa accusa c’è. Quando si tratta della Disney, possiedo infatti una certa forma di conservatorismo affettivo che non ho alcuna intenzione di rinnegare. Alcune cose, nella mia mente, appartengono a un’epoca precisa e a un’esperienza precisa, e non sono convinta che il progresso consista necessariamente nel rimetterle in scena con attori in carne e ossa.
Non sono nemmeno, però, tra quei cinefili che assistono al rifacimento di un classico e pronunciano con gravità la formula «non fanno più film come una volta», come se il cinema fosse una civiltà decaduta e loro gli ultimi custodi di una fiamma ormai morente. E, soprattutto, il mio fastidio non nasce dalle questioni woke, almeno non nella forma semplicistica con cui vengono generalmente chiamate in causa. Il problema, per me, è precedente a tutto questo.
È un problema di linguaggio, prima ancora che di ideologia.
Di immaginario, prima ancora che di rappresentazione.
Perché la sensazione che mi lasciano questi film è che la Disney abbia progressivamente smesso di fidarsi della forza delle immagini che aveva creato. E quando non ci si fida più dei propri simboli, si finisce per spiegare ciò che prima bastava mostrare; per rendere concreto ciò che funzionava proprio perché era impossibile; per sostituire all’immaginazione la rassicurazione della riconoscibilità.
Ed è qui che, per me, si trova il vero problema: non sanno più usare i simboli.
Il fuoco di Ariel

Prendiamo ad esempio La Sirenetta, che considero, insieme a Peter Pan e Biancaneve, una delle delusioni più significative della lunga stagione dei live action Disney. Nel classico del 1989 esiste un’immagine di una forza straordinaria, quasi nascosta e proprio per questo ancora più efficace: nella stanza segreta di Ariel compare infatti una riproduzione della Maddalena penitente di Georges de La Tour, dipinta intorno al 1640. Non è un dettaglio ornamentale. E soprattutto non è il genere di citazione che si inserisce in un film d’animazione per riempire una parete e dare al pubblico l’impressione che qualcuno, durante la produzione, abbia frequentato un museo.
La Maddalena di De La Tour è una donna sospesa nella contemplazione della propria esistenza passata. Davanti alla fiamma di una candela, medita sul tempo, sulla trasformazione, sul distacco da ciò che è stato e sulla possibilità di ciò che ancora potrebbe essere. È un’immagine che parla di cambiamento e di desiderio, ma lo fa attraverso una forma profondamente introspettiva: non racconta il cambiamento nel momento in cui avviene, ma l’istante in cui una persona prende coscienza di non poter più essere quella che era prima. La Maddalena guarda il proprio passato e, nella solitudine di quella stanza, si trova sulla soglia di una nuova identità. È proprio questo che rende così interessante il parallelismo con Ariel. Anche lei è rappresentata nel momento precedente alla trasformazione: non è ancora la ragazza che vivrà sulla terraferma, non ha ancora lasciato il mare, non ha ancora scelto fino in fondo chi vuole diventare. È una creatura che guarda il proprio mondo dall’interno e, per la prima volta, ne percepisce i confini. La Maddalena contempla ciò che deve lasciare alle proprie spalle; Ariel contempla ciò che ancora non possiede. Ma entrambe sono ferme sulla stessa soglia: quella tra una vita conosciuta e una vita possibile, smettendo di identificarsi completamente con il mondo a cui appartengono. Il film compie, a questo punto, una piccola operazione di straordinaria eleganza: colloca quella meditazione davanti a un elemento apparentemente assurdo, quasi una contraddizione visiva, come un fuoco che arde in fondo al mare. E quel fuoco è proprio Ariel.
Ridurre tutto questo alla storia di una ragazza che vuole conquistare un uomo (come hanno fatto in molti) significa impoverire parecchio ciò che il film racconta. Eric fa certamente parte del suo desiderio, ma non è né l’origine né il punto d’arrivo. Rappresenta, piuttosto, tutto ciò che Ariel non conosce: il mondo in superficie, l’ignoto, il proibito, il diverso. Innamorarsi di lui è semplicemente il modo in cui il film rende concreto un desiderio molto più grande: quello di scoprire che esiste un mondo oltre il proprio e che, forse, anche lei può scegliere quale posto occuparvi.

Per questo la scelta compiuta nel live action di sostituire l’opera di De la Tour con la foto sbiadita di un’altra opera risulta così superficiale. Non è, naturalmente, una tragedia della civiltà occidentale, nessuno ha mai perso una guerra per un quadro tolto dalla cameretta di una sirenetta. Ma eliminando quel riferimento, viene eliminato anche il dialogo tra Maddalena e Ariel. Tra la donna che contempla la propria trasformazione e la ragazza che desidera trasformare la propria vita. Scompare il contrasto tra la fiamma della candela e quella, impossibile, che brucia sotto il mare. Scompare, soprattutto, quell’idea meravigliosamente semplice secondo cui il desiderio di un mondo diverso possa essere rappresentato attraverso un’immagine che non dovrebbe nemmeno poter esistere (la fiamma in fondo al mare).
E qui torniamo al problema di fondo: il simbolo non è un ornamento. Non è qualcosa che si può sostituire perché “tanto il pubblico non ci farà caso”. Anzi: spesso il simbolo funziona proprio perché il pubblico non deve necessariamente accorgersene. Non ha bisogno di essere riconosciuto per agire. È sufficiente che sia lì. Il film del 1989 si fidava di questa possibilità. Il live action, in questo caso, sembra invece averla dimenticata. E forse è proprio questo che mi infastidisce maggiormente dei remake Disney: non il fatto che cambino le cose, ma il fatto che, nel cambiarle, sembrino spesso non capire perché quelle cose fossero importanti in primo luogo.
La voce che Ariel deve ritrovare

C’è chi ha letto la storia di Ariel come una celebrazione della rinuncia alla propria identità per amore di un uomo. È una lettura possibile, certo. Curiosamente, però, è anche una lettura che il film originale sembra voler mettere in discussione. Perché Eric non si innamora di una Ariel privata della propria voce. Si innamora di lei quando la vede per la prima volta nella sua forma reale, mentre esprime se stessa attraverso il canto. È la sua voce a renderla riconoscibile, a distinguerla, a darle una presenza che va oltre la bellezza del suo volto. E quando poi la incontra sulla terraferma, muta, non riesce nemmeno a riconoscerla davvero. Ha davanti la stessa ragazza che lo aveva salvato, ma senza ciò che per primo lo aveva colpito di lei: la sua voce, cioè la sua capacità di esprimere se stessa. Ed è significativo che sia proprio Ursula a suggerire ad Ariel di considerare la propria voce quasi come un ostacolo. Nel tentativo di convincerla a rinunciarvi, la strega le spiega che agli uomini le chiacchiere non piacciono, che si stancano di sentir parlare e preferiscono qualcuno che sappia semplicemente stare al proprio posto. È uno dei passaggi più apertamente misogini del film, ma anche uno dei più ironici, perché il film dimostra esattamente il contrario di ciò che Ursula sostiene. Eric non si innamora di Ariel perché è finalmente silenziosa. Si innamora della ragazza che canta.
Il simbolismo, a quel punto, è piuttosto difficile da ignorare: Ariel non deve perdere la voce per trovare l’amore. Deve ritrovare la propria voce per essere riconosciuta e amata per ciò che è. Ed è qui che molti dei cambiamenti introdotti dal live action diventano, a mio avviso, non soltanto superflui, ma quasi controproducenti. Nel tentativo di rendere esplicito ciò che il film originale lasciava emergere attraverso la narrazione, finiscono per spiegare ciò che non aveva bisogno di essere spiegato.
È un vizio piuttosto contemporaneo: sembra esserci una crescente diffidenza nei confronti dello spettatore, come se un significato non fosse davvero presente finché qualcuno non lo pronuncia ad alta voce. Così il sottotesto diventa testo, il simbolo diventa spiegazione e la metafora, poveretta, viene accompagnata alla porta con una pacca sulla spalla e sostituita da un dialogo che ci informa esattamente di ciò che dovremmo aver appena capito.
Lo stesso discorso vale per il finale. Nel film originale Ariel non è semplicemente una principessa che viene salvata dal principe, perché il rapporto tra i due è costruito anche attraverso una forma di reciprocità: lei salva lui, lui salva lei. Non è necessario trasformare il salvataggio finale in una dimostrazione programmatica di girl power, perché la parità era già presente nella struttura stessa della relazione. Il problema non è che una principessa Disney si salvi da sola. Il problema è quando, nel tentativo di dimostrare qualcosa, si sostituisce un simbolo con uno slogan.
Peter Pan e l’orologio che si ferma

Ma La Sirenetta non è un caso isolato. Prendiamo per esempio Peter Pan.
Nel film d’animazione del 1953, quando Peter arriva nella casa dei Darling e cerca di insegnare a Wendy, Gianni e Michele a volare, i bambini non ci riescono immediatamente. Cadono. Ci riprovano. Falliscono ancora. E proprio questa difficoltà rende credibile la magia: per volare non basta conoscere la formula giusta e lasciarsi trasportare dalla polvere di fata, ma bisogna imparare a mantenere nella mente i pensieri felici, a concentrarsi su qualcosa di positivo senza lasciarselo sfuggire.
La magia, insomma, richiede uno sforzo.
I bambini cadono dal letto, cercano di nuovo l’equilibrio, si rialzano e riprovano. È una sequenza semplicissima, ma proprio per questo fondamentale, perché introduce nella fantasia qualcosa che riconosciamo perfettamente: la possibilità di fallire. E il fallimento, paradossalmente, è ciò che rende straordinario il momento in cui finalmente riescono a volare. Se bastasse ascoltare Peter, pensare a qualcosa di felice e uscire dalla finestra, il volo sarebbe soltanto un effetto speciale. Invece il film ci fa assistere al passaggio da qualcosa di impossibile a qualcosa che, dopo essere stato conquistato, diventa improvvisamente naturale.
Nel live action questa dimensione viene attenuata. La magia appare più immediata, più semplice, quasi automatica: come se fosse necessario eliminare ogni esitazione, ogni inciampo, ogni momento di difficoltà per arrivare più rapidamente alla meraviglia. Ma è proprio qui che il film originale aveva capito qualcosa di fondamentale: la difficoltà non è ciò che ostacola la magia. È ciò che la rende magica. Se non c’è la possibilità di cadere, il volo perde parte del suo significato. Se non c’è uno sforzo prima del miracolo, il miracolo smette di sembrarci davvero straordinario.
Non è più magia: è semplicemente qualcosa che accade.

E poi c’è il coccodrillo.
Nel classico ha inghiottito un orologio e il suo ticchettio annuncia costantemente il suo arrivo. Il suono è diventato uno dei simboli più riconoscibili dell’intera storia. Perché Uncino ha così paura del coccodrillo? Perché il coccodrillo non rappresenta soltanto un animale che vuole divorarlo. Rappresenta il tempo che insegue Uncino. Il ticchettio dell’orologio è il conto alla rovescia della sua vita. È il promemoria incessante che il tempo passa e che non può essere fermato. Uncino vuole rimanere giovane, vuole sottrarsi al tempo, ma il tempo continua a seguirlo.
Tic. Tac.
Il coccodrillo sta arrivando.
Nel live action, ancora una volta, quel ticchettio viene eliminato e il coccodrillo diventa, sostanzialmente, un grosso rettile. Perfettamente dignitoso, per carità. Ma a quel punto abbiamo perso proprio la cosa interessante. Perché senza il ticchettio non scompare soltanto un suono.
Scompare il significato. E il coccodrillo smette di essere il tempo che insegue Uncino per diventare semplicemente… un coccodrillo.
Non è nostalgia. È linguaggio

È questo, dunque, che rimane dei live action Disney: storie che conservano personaggi, ambientazioni e canzoni, ma che troppo spesso perdono il linguaggio simbolico attraverso cui gli originali riuscivano a parlare allo spettatore. E non è necessariamente un problema di fedeltà. Un remake può cambiare. Può reinterpretare. Può persino contraddire l’originale. Non credo che un buon rifacimento debba necessariamente essere una copia più costosa del film che lo ha preceduto. Ma dovrebbe almeno capire perché certe cose erano lì.
Perché c’era un fuoco in fondo al mare. Perché c’era una Maddalena nella stanza di Ariel.
Perché Ariel doveva ritrovare la propria voce.
Perché tre bambini dovevano cadere prima di riuscire a volare.
Perché un coccodrillo doveva avere un orologio nello stomaco.
E perché gli animali non avevano bisogno di sembrare veri. È un altro paradosso dei live action: nel tentativo di rendere i personaggi più realistici, spesso li rendono meno credibili. Nel Re Leone abbiamo animali così fotorealistici da sembrare usciti da un documentario. Ma un leone che parla, canta e discute di filosofia esistenziale con un facocero e un suricato non diventa necessariamente più credibile perché sembra un leone vero. Diventa soltanto un leone vero che, inspiegabilmente, parla.
Ne La Sirenetta accade qualcosa di simile: Sebastian e Flounder sono più realistici, ma anche molto meno vivi, perché sono costretti a raccontare emozioni che i loro volti non possono provare.

All’inizio ho detto che, tra i live action Disney, considero La Sirenetta, Peter Pan e Biancaneve le delusioni più grandi. Delle prime due ho cercato di spiegare il perché. Di Biancaneve, invece, non parlerò. Non perché non avrei nulla da dire, ma perché temo che, arrivata a quel punto, la distanza tra la critica cinematografica e la violenza verbale diventerebbe piuttosto sottile. E vorrei concludere questo discorso conservando almeno l’illusione di essere una persona civile.
A questo punto, però, devo ammettere una cosa: ho perso quasi del tutto l’interesse e, soprattutto, la curiosità di vedere l’ennesimo live action Disney. Oceania è uscito e io non sono corsa al cinema. Non ho sentito quella necessità di vedere con i miei occhi come sarebbe stato trasformato un altro mondo che, nella mia testa, funziona già perfettamente così com’è. Quindi, se qualcuno di voi ha visto il live action di Oceania e pensa che questa volta sia andata diversamente, sono sinceramente curiosa di sentirlo. Ditemelo voi. Magari mi sbaglio. Magari, per una volta, la Disney è riuscita a prendere una delle proprie storie, cambiarla senza svuotarla e ricordarsi che una fiaba non ha bisogno di essere resa più reale per diventare più vera. Nel frattempo, io conserverò volentieri il ricordo dell’originale.
E, considerato quello che è successo agli altri, direi che è già una forma piuttosto dignitosa di ottimismo.
