Nessuno sa che ore sono sott’acqua

Ieri, tornando a casa sotto la pioggia, mi sono sentita un po’ Ofelia. Non nel senso tragico del termine, non perché avessi voglia di annegare nei miei pensieri o di scomparire dal mondo, ma per quella strana sensazione di essere trascinata da qualcosa di più grande di me. L’acqua invadeva le strade, i marciapiedi erano diventati piccoli fiumi e i vestiti, ormai zuppi, sembravano pesare più del mio stesso corpo. I capelli mi si appiccicavano al viso, mentre il cielo, che fino a poco prima era stato soltanto grigio, dava l’impressione di essersi rotto da qualche parte lasciando cadere sulla città tutto ciò che aveva custodito fino a quel momento. Camminavo così cercando di evitare le pozzanghere (senza riuscirci quasi mai) e avevo la strana impressione che le strade mi stessero lentamente inghiottendo. A un certo punto, mentre cercavo di raggiungere casa, mi è venuta in mente proprio Ofelia nel dipinto di John Everett Millais.

Prima dell’acqua, le parole

Ofelia è uno dei personaggi più delicati e tragici dell’Amleto di William Shakespeare. Giovane, innamorata, figlia Polonio, consigliere del re di Danimarca. Vive intrappolata in un mondo in cui gli uomini decidono, mentono, complottano e combattono, mentre lei sembra avere sempre meno spazio per esistere secondo la propria volontà. Il suo destino si intreccia a quello di Amleto, principe tormentato dalla morte del padre e dal desiderio di vendicarlo. Lui la respinge, la umilia e, nel corso della tragedia, uccide accidentalmente il padre di lei. Per Ofelia è troppo: il dolore della perdita, il rifiuto amoroso e la crudeltà della corte la spingono verso la follia. Comincia così a cantare canzoni sconnesse, a distribuire fiori, a parlare attraverso frammenti di significato che gli altri non sanno più interpretare. Come se, a un certo punto, avesse smesso di parlare una lingua comprensibile al mondo che la circonda (tipo José Arcadio Buendia, di Cent’anni di solitudine). Gli altri la osservano, si interrogano sulla sua condizione e riconoscono nella sua follia il segno della tragedia che incombe. Ma guardare qualcuno non significa necessariamente vederlo, così come ascoltare una voce non significa comprenderne le parole. Ofelia diventa sempre più visibile e, allo stesso tempo, sempre più irraggiungibile: è lì, davanti a tutti, eppure sembra già appartenere a un altro mondo.

Poi arriva l’acqua.

Nella tragedia shakespeariana, è la regina Gertrude a raccontare che Ofelia è caduta in un ruscello mentre raccoglieva ghirlande. I suoi abiti si sono aperti sulla superficie sostenendola per qualche istante, fin quanto il tessuto si è impregnato d’acqua e il suo peso l’ha trascinata verso il fondo. Nel mentre, lei continuava a cantare ignara del pericolo, o forse incapace di reagire. Shakespeare lascia volutamente in ombra le circostanze della sua morte, non sappiamo con certezza se si sia trattato di un incidente o di un gesto volontario. È proprio questa ambiguità a renderla così inquietante. Ofelia non è soltanto una ragazza che muore, ma una ragazza che sembra scivolare fuori dal mondo senza che nessuno riesca davvero a fermarla.

Il quadro di Millais alla Tate Britain

John Everett Millais la dipinse tra il 1851 e il 1852. Oggi conservata alla Tate Britain di Londra, l’opera è considerata uno dei capolavori del movimento preraffaellita, nato in Inghilterra con l’intento di recuperare un’arte più sincera, minuziosa e fedele alla natura. Nel dipinto, Ofelia galleggia sull’acqua con gli occhi aperti, le labbra appena dischiuse e le mani rivolte verso il cielo, in un gesto che sembra esprimere al tempo stesso resa e preghiera. Intorno a lei, fiori e vegetazione crescono rigogliosi, avvolgendo il suo corpo in un paesaggio di straordinaria bellezza. Millais lavorò inizialmente proprio a questo scenario naturale, dipingendolo sulle rive del fiume Hogsmill, nel Surrey, dove studiò dal vero ogni dettaglio della vegetazione. Con una precisione quasi scientifica, riprodusse foglie, fiori e riflessi sull’acqua, trasformando il paesaggio in un organismo vivo, nel quale il corpo di Ofelia sembra lentamente confondersi.
Anche i fiori contribuiscono al significato dell’opera, richiamando temi come l’amore, l’innocenza e la morte. Eppure, non ci sono fulmini né cieli minacciosi: la natura prosegue indisturbata il proprio corso, quasi indifferente alla tragedia che si sta consumando. È proprio in questo contrasto che risiede una parte della straordinaria forza del dipinto. La bellezza della scena ci invita ad ammirare la luce che si riflette sull’acqua, i colori delicati dei fiori e la minuziosa ricchezza della vegetazione, mentre, al centro di tanta armonia, assistiamo alla morte di una giovane donna. Una bellezza che affascina e inquieta, perché ci costringe a contemplare la vita e la morte nello stesso istante.

Solo in un secondo momento Millais dipinse la figura di Ofelia nel suo studio londinese, scegliendo come modella Elizabeth Siddal, pittrice, poetessa e compagna di Dante Gabriel Rossetti. Per riprodurre con realismo il corpo immerso nell’acqua, Siddal posò a lungo in una vasca riscaldata da lampade. Secondo il racconto tramandato, le lampade si spensero e l’acqua si raffreddò senza che il pittore se ne accorgesse subito. La giovane si ammalò e non si riprese mai del tutto; suo padre arrivò persino a chiedere a Millais un contributo per le spese mediche.
La vicenda aggiunge al dipinto una nota amara, quasi un inquietante riflesso della scena rappresentata. Per dare vita a un’immagine immortale della sofferenza femminile, una donna in carne e ossa finì per soffrire davvero. L’arte, a quanto pare, non è sempre così distante dalla vita: qualcuno concepisce un’idea brillante, qualcun altro ne paga il prezzo.

Dopo l’acqua, Ofelia non è più un nome proprio

Ieri, quindi, mentre tornavo a casa sotto la pioggia, mi è tornata in mente la ragazza del quadro di Millais, così composta persino mentre annega. Io, al suo posto, avrei avuto un’espressione meno poetica e decisamente più infastidita: dopotutto, lei non doveva preoccuparsi degli autobus in ritardo e della metropolitana allagata. Eppure, in qualche modo, mi sentivo simile a lei. Avevo la sensazione di essere trascinata dagli eventi, più che di attraversarli con le mie gambe. Una condizione che, a pensarci bene, non richiede necessariamente un fiume. A volte basta una settimana di lavoro particolarmente pesante, una relazione complicata o una conversazione con tua madre.

Ripensandoci, ritengo profondamente ingiusto che proprio questa sia l’immagine con cui siamo abituati a identificare Ofelia: trascinata dalla corrente, con il corpo abbandonato all’acqua, lo sguardo perso in una calma quasi irreale. Per secoli è stata il simbolo di una femminilità ferita, della follia romantica, della bellezza consumata dal dolore, ma la sua sofferenza è diventata un’immagine così potente da cancellare tutto ciò che c’è stato prima. Perché prima di essere la ragazza che annega, Ofelia era una persona. Aveva desideri, paure e probabilmente anche giornate in cui non aveva voglia di parlare con nessuno. Viveva in un mondo che le chiedeva di essere obbediente, disponibile e comprensibile, salvo poi lasciarla sola quando non riusciva più a rispettare nessuna di queste condizioni. Forse, una volta scomparsa sotto l’acqua, Ofelia ha semplicemente smesso di abitare il tempo degli altri. Del resto, nessuno sa che ore sono sott’acqua.

Alla fine, sono arrivata a casa. Mi sono cambiata, ho messo ad asciugare i vestiti bagnati e mi sono fermata a guardare la pioggia dalla finestra, finalmente al riparo. Fuori, il temporale continuava a fare il suo lavoro, indifferente a me che, al sicuro, mettevo a scaldare un po’ d’acqua per una tisana. Forse non è una conclusione particolarmente sublime, ma ha almeno il vantaggio di essere praticabile. Poi, certo, domani potrebbe piovere di nuovo. E io potrei sentirmi ancora Ofelia. Ma questa volta controllerò le previsioni, prenderò l’ombrello e cercherò di non romanticizzare troppo la faccenda.

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